Carlo Calenda attacca Matteo Salvini dopo la foto con Tommy Robinson
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Redazione Interno
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La politica italiana è tornata a dividersi, con toni aspri, su un terreno scivoloso che tocca i confini dell’accettabilità e i rapporti con le frange più estreme del panorama europeo. A innescare la polemica, una fotografia divenuta rapidamente virale che ritrae Matteo Salvini, ministro e segretario federale della Lega, mentre stringe la mano a Tommy Robinson, fondatore del movimento di estrema destra britannico English Defence League, durante un incontro presso il ministero dei Trasporti. Un’immagine che, al di là della formalità dell’appuntamento, ha sollevato un vespaio di reazioni, aprendo una crepa anche all’interno del governo. Tra i primi a esprimersi, con un linguaggio particolarmente duro e diretto, è stato Carlo Calenda, leader di Azione, il quale, pur astenendosi dal pronunciare esplicitamente il nome del ministro, ha lasciato poco spazio all’interpretazione.
Le parole di fuoco del leader di Azione
“Non posso stare con chi riceve neonazisti cocainomani in un ministero della Repubblica Italiana”: così Calenda ha sintetizzato il suo giudizio, utilizzando una definizione che racchiude in poche parole l’intera costellazione di accuse e di pregiudizi che gravano sulla figura del militante britannico. Un’affermazione che, per la sua nettezza e per il luogo istituzionale evocato, ha immediatamente elevato il tono dello scontro, trasformando una polemica politica in una questione di decoro e di rispetto delle cariche pubbliche. Il riferimento alla condanna per frode fiscale e ai noti trascorsi dell’attivista, del resto, ha contribuito a dipingere l’episodio non come un semplice scambio di vedute, bensì come un fatto gravissimo, un oltrepassamento di limiti che una democrazia matura non dovrebbe mai tollerare.
Le distanze di Tajani e la replica a muso duro di Salvini
La presa di posizione di Calenda non è rimasta isolata, trovando un’eco, seppur formulata in maniera più diplomatica, anche in un alleato di governo. Antonio Tajani, segretario di Forza Italia e vicepremier, intervenuto durante un evento al teatro Manzoni di Milano, ha infatti dichiarato che la figura di Robinson è “incompatibile con i miei valori” e che personalmente non lo avrebbe mai incontrato. Pur riconoscendo a Salvini la libertà di gestire i propri impegni, Tajani ha tracciato una linea di demarcazione chiara, sottolineando una differenza di approccio e di sensibilità all’interno della stessa maggioranza. Una frattura, questa, che il leader della Lega non ha mostrato di voler ricucire, anzi. Reagendo dalle piazze, durante un comizio in Abruzzo, Salvini ha infatti rivendicato con fierezza la propria autonomia di giudizio, lanciando un provocatorio “vedo chi fico secco voglio”.
La rivendicazione di una battaglia per la libertà di parola
Nel suo intervento, il ministro ha legato strategicamente la difesa dell’incontro a una battaglia di principio più ampia, ricordando come la Lega sia stato “l’unico partito” ad aver votato in Europa contro quella che ha definito “la legge bavaglio”. Secondo la sua ricostruzione, il rischio sarebbe quello di un’ingerenza esterna che decida “cosa si può dire e cosa non si può dire, cosa risponde alla legge o cosa non risponde alla legge, chi può incontrare Salvini e chi non può incontrare Salvini”. Una retorica che sposta il piano del dibattito dalla natura dell’ospite alla questione della sovranità delle decisioni politiche, trasformando la controversia in un esempio della propria coerenza ideologica. Una mossa, questa, che lascia intendere come il caso non sia destinato a sgonfiarsi rapidamente, ma anzi a diventare il simbolo di due visioni opposte del fare politica e della definizione stessa dei confini del confronto democratico.




