Pirelli, il golden power del governo si fa sentire: meno cinesi in consiglio finché non scendono sotto il 9,99%
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Redazione Economia
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La presa d’atto è arrivata nella giornata di ieri dal colosso degli pneumatici, che ha ufficialmente ricevuto la comunicazione del provvedimento approvato dal Consiglio dei Ministri lo scorso 9 aprile: il governo ha deciso di esercitare nuovamente i poteri speciali, i cosiddetti golden power, per blindare la governance di Pirelli, limitando in maniera sostanziale l’ingerenza del socio cinese. Le nuove prescrizioni – che arrivano a distanza di quasi tre anni dal primo intervento del genere nel 2023 – resteranno in vigore finché Marco Polo International Italy, la società veicolo attraverso cui il gruppo statale Sinochem controlla il 34,1 per cento della società della Bicocca, continuerà a detenere una partecipazione superiore alla soglia del 9,99 per cento. Un meccanismo, questo, che funge da chiara leva affinché Pechino ridimensioni la propria esposizione, scendendo al di sotto di quella percentuale che, nei fatti, trasforma un azionista rilevante in un semplice socio “passivo”.
Le limitazioni imposte dal governo Meloni (che, va ricordato, siede a Palazzo Chigi ormai da oltre un anno e mezzo) non riguardano solo la consistenza numerica della rappresentanza, ma colpiscono direttamente i gangli vitali del processo decisionale. Sebbene Marco Polo potrà comunque esprimere al massimo tre consiglieri all’interno del consiglio di amministrazione (che conta quindici membri), a questi sarà preclusa la possibilità di concorrere per le cariche di vertice come quelle di presidente, vicepresidente o amministratore delegato. A questi rappresentanti – è scritto nero su bianco nei documenti del decreto – non potranno essere conferite deleghe gestionali né poteri esecutivi, e gli verrà impedito di presiedere i comitati endoconsiliari, riducendoli di fatto a ruoli puramente ornamentali privi di influenza strategica.
Un intervento che guarda alla normativa americana per salvare le “gomme intelligenti”
La mossa del governo, che appare come un deciso “vade retro” nei confronti dell’espansione economica cinese nel tessuto industriale nazionale, risponde in realtà a una logica di mercato spietata e molto concreta, che prescinde da facili slogan politici. Il cuore della questione, infatti, risiede nella necessità di proteggere la tecnologia dei Cyber Tyre, gli pneumatici di fascia alta dotati di chip intelligenti in grado di raccogliere dati sulla vettura e sull’asfalto. Poiché gli Stati Uniti (con Trump presidente da più di un anno) hanno inasprito le normative sui veicoli connessi, tagliando fuori qualsiasi fornitore che abbia legami troppo stretti con Paesi considerati ostili, Pirelli si è trovata in una posizione delicatissima. Se il socio cinese avesse mantenuto un’influenza troppo marcata, l’azienda avrebbe rischiato l’esclusione dal primo mercato mondiale per i propri prodotti di punta.
Per questo, il provvedimento non solo limita i voti, ma impone una vera e propria “cintura sanitaria” attorno ai laboratori di ricerca. Il golden power prescrive infatti che Pirelli non possa condividere informazioni sensibili con il governo cinese, né trasferire infrastrutture informatiche fuori dal territorio europeo. La società è stata messa nelle condizioni di rifiutare qualsiasi richiesta che provenga dalla Sasac (la super-agenzia che gestisce le aziende statali cinesi) riguardante i dati rilevati dalle gomme connesse o i brevetti industriali. In sostanza, il governo ha imposto una separazione netta: Sinochem potrà restare come socio finanziario, ma non potrà più nemmeno avvicinarsi alla “cucina” dove si prepara la tecnologia del futuro.
La trappola della soglia del 10% e il blocco alle cessioni “di comodo”
La soglia del 9,99% non è stata scelta a caso. Nel linguaggio dei mercati, scendere sotto il 10% significa perdere la possibilità di convocare assemblee o porre veti significativi, diventando un semplice investitore finanziario. Tuttavia, per evitare che i cinesi aggirino il divieto cedendo le azioni a prestanome o a società vicine, il decreto ha chiuso anche quella porta. Eventuali trasferimenti azionari da parte di Sinochem non potranno avvenire in favore di soggetti a esso collegati, controllati o che facciano capo alla stessa galassia pubblica di Pechino.
E qui si inserisce il nodo più spinoso della vicenda, che riguarda le inchieste sui patti parasociali. Con il mancato rinnovo dell’intesa tra Camfin (il veicolo di Marco Tronchetti Provera) e i cinesi, il governo ha sfruttato il vuoto normativo per stringere ulteriormente le maglie. Mentre in passato Sinochem poteva ambire a una governance condivisa, oggi si trova a detenere un terzo del capitale senza poter esprimere un amministratore delegato o un presidente. Una situazione di stallo che, secondo gli analisti, spingerà Pechino a sedersi al tavolo per negoziare una riduzione della quota, proprio come chiede implicitamente il governo.
La tutela degli assetti strategici in un mercato globale frammentato
Osservando la traiettoria delle decisioni, emerge chiaramente come l’esecutivo stia utilizzando il golden power non solo come scudo, ma come strumento di pianificazione industriale. L’obiettivo dichiarato nelle carte del provvedimento è garantire a Pirelli piena autonomia nella gestione dei rapporti con la clientela, nella definizione dei budget e nelle strategie di sviluppo, evitando che la capogruppo cinese possa impartire direttive o coordinare le mosse della controllata italiana. La comunicazione ufficiale arrivata ieri dal gruppo della Bicocca certifica l’avvenuta notifica, e d’ora in avanti il monitoraggio sarà affidato al Ministero delle Imprese e del Made in Italy, che vigilerà affinché i cinesi non tentino di scavalcate le prescrizioni attraverso canali informali o pressioni sui manager locali.
Quella che sembra una semplice partita a scacchi tra azionisti, in realtà, rivela la fragilità delle catene globali del valore quando si scontrano con le ragioni della sicurezza nazionale. Mentre l’amministrazione Trump (ormai consolidata al potere) continua a premere per la decoupling tecnologico, l’Italia prova a destreggiarsi, cercando di tenere dentro gli investimenti cinesi senza farsi soffocare dalla loro influenza. Il verdetto, per ora, è sospeso: il golden power resterà in piedi come una spada di Damocle finché Marco Polo non scenderà sotto il fatidico 9,99%, una condizione che al momento appare lontana, data l’attuale partecipazione del 34,1%.




