La riforma Schillaci e il rebus dei camici bianchi: sì al doppio canale, ma il decreto va corretto

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La bozza del decreto legge sulla riorganizzazione dell’assistenza territoriale, presentata dal ministro della Salute, prof. Orazio Schillaci, ha riaperto il dibattito – mai sopito del tutto – sul futuro dei medici di medicina generale. Se da un lato il provvedimento, attualmente al vaglio delle Regioni, recupera l’idea del “doppio canale” (convenzione riformata accanto alla dipendenza selettiva), un’ipotesi che sembrava ormai accantonata, dall’altro lato i primi rilievi tecnici evidenziano come il testo necessiti di una rivisitazione profonda per evitare che la tanto attesa svolta resti lettera morta. Il cuore pulsante della riforma, nelle intenzioni del legislatore, è quello di rendere effettivamente operative le Case di Comunità, quei presidi previsti dal Pnrr che, senza un medico all’interno, rischiano di trasformarsi in costosi involucri di cemento armato.

Secondo quanto emerso dagli incontri tra il Ministero e gli assessori regionali alla sanità, si punta a un decreto “snello” a trazione light: pochi articoli per tamponare l’emergenza immediata, ovvero la cronica carenza di personale nelle aree più fragili e l’obbligo di presenza fisica dei dottori nelle strutture hub. La linea prevalente, quindi, distingue nettamente tra le misure urgenti (come l’introduzione di un vincolo normativo che impone ai camici bianchi un debito orario settimanale all’interno delle Case di Comunità) e gli interventi strutturali, come la revisione delle tariffe o la stabilizzazione della burocrazia. Questi ultimi, più spinosi, verrebbero accorpati in un disegno di legge successivo, un tentativo – questo sì – di evitare che la macchina si blocchi come già accaduto in passato per altre riforme sanitarie.

Il nodo della “dipendenza selettiva” tra specifiche tecniche e veti sindacali

Nel dettaglio, il provvedimento lascerebbe in piedi il regime convenzionale per la maggior parte delle attività, ma per la prima volta istituzionalizza un canale di assunzione diretta dei medici come dirigenti del Ssn, sebbene limitato a funzioni specifiche e non generalizzato. E qui arrivano le prime stonature. Un movimento di medici, nato proprio per rappresentare chi aspira alla dirigenza, pur apprezzando la riapertura del dibattito sul doppio canale, ha già chiesto a gran voce correttivi sostanziali. La contestazione principale riguarda il perimetro d’azione: se ai dipendenti venissero affidate solo le “funzioni territoriali strutturate” relegandoli nelle Case di Comunità come semplici ingranaggi di un sistema, mentre ai convenzionati resterebbe la scelta fiduciaria del paziente a casa, si creerebbe una gerarchia di fatto inaccettabile per la categoria.

Per i medici, il concetto stesso di doppio canale implica che un professionista possa scegliere l’una o l’altra forma di rapporto di lavoro senza vedere stravolte le proprie mansioni cliniche. “Le funzioni devono restare le stesse”, è il mantra che risuona nelle riunioni tecniche; in pratica, se un paziente ha diritto di scegliere il proprio medico, deve poterlo fare sia che questo sia un dipendente pubblico sia che operi in convenzione. A ciò si aggiunge un altro punto critico: la bozza attuale legherebbe una parte troppo elevata della retribuzione a obiettivi di risultato, generando – secondo le associazioni – un’incertezza economica che rischia di allontanare i giovani, già scoraggiati dai carichi burocratici e dall’assenza di tutele tipiche del lavoro subordinato.

L’università entra in campo: la fine dei corsi regionali e la pediatria fino a 18 anni

Parallelamente alla bagarre sul contratto, la riforma ridisegna radicalmente la formazione. La bozza prevede l’istituzione immediata di una Scuola di specializzazione universitaria in medicina generale, che andrà a sostituire gli attuali corsi regionali di formazione specifica, storicamente considerati di qualità eterogenea. Un intervento, questo, che mira a uniformare la preparazione dei futuri camici bianchi e ad aumentare l’attrattività della professione, anche se i tempi tecnici per l’avvio (almeno quattro anni per la specializzazione) lasciano scoperto il presente.

Sul fronte della pediatria di libera scelta, la novità forse più rilevante per le famiglie è l’innalzamento del tetto massimo di assistenza: si propone di estendere l’obbligo scolastico pediatrico fino al compimento del diciottesimo anno, e non più fino ai 14 o 16 come avviene oggi a seconda delle regioni. Un cambiamento epocale, che costerebbe però alle casse dello Stato oltre 500 milioni di euro all’anno e richiederebbe l’immissione di circa 1.300 nuovi pediatri. Un’operazione complessa, in un momento storico in cui la denatalità riduce la platea dei piccoli pazienti, ma che i tecnici della salute ritengono strategica per garantire la continuità delle cure in un’età, quella dell’adolescenza, spesso critica per l’approccio alle patologie.

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