Milano, uccise il ladro di gratta e vinci a forbiciate: condannati a 17 anni i gestori del bar

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La lama di una forbice comune, piantata oltre quaranta volte nel Corpo di un uomo che tentava una fuga per pochi tagliandi, ha segnato il confine tra legittima difesa e vendetta. A tracciarlo, i giudici della Corte d’Assise di Milano, che ieri hanno condannato a 17 anni di reclusione ciascuno Shu Zou e Liu Chongbing: i due titolari del bar di viale Cermenate, nel capoluogo lombardo, sono stati ritenuti responsabili dell’omicidio di Eros Di Ronza, il 37enne ucciso il 17 ottobre 2024. La vittima, secondo quanto ricostruito, aveva cercato di rubare alcuni gratta e vinci dal locale; un gesto che in pochi secondi – ed è proprio su questi secondi che si è giocato il processo – si è trasformato in un inseguimento, poi in una caduta sul selciato, infine in un accoltellamento furioso che non ha lasciato scampo.

L’aggressione e il punto giuridico: oltre la provocazione, dentro la sproporzione

I due imputati, originari della Cina e alla guida dell’esercizio commerciale, non hanno mai negato di aver colpito Di Ronza. La loro difesa ha sempre sostenuto la reazione a un furto in atto, una sorta di istinto di protezione della propria attività. Eppure, qualcosa – nella ricostruzione dei giudici – ha clamorosamente scricchiolato. Perché se è vero che la legge riconosce il diritto di reagire a un’aggressione o a un tentativo di rapina, è altrettanto vero che questa reazione non può tradursi in un’esecuzione sommaria. La Corte d’Assise ha escluso l’aggravante della crudeltà – richiesta invece dal pubblico ministero – ma ha riconosciuto l’attenuante della provocazione. Tuttavia, e qui sta il nodo centrale, l’ha ritenuta comunque insufficiente a bilanciare l’evidente sproporzione dei mezzi e dell’intensità. Un furto di qualche biglietto non giustifica 44 forbiciate, molte delle quali inferte mentre la vittima era già a terra.

La sentenza: una pena superiore a quella chiesta dall’accusa

La procura, nelle sue conclusioni, aveva chiesto 14 anni per entrambi. La Corte, con un ragionamento che ha voluto marcare il carattere esemplare della decisione, ha invece alzato la pena a 17 anni. Una condanna che supera le richieste dell’accusa, circostanza non frequente ma che in questo caso ha voluto sottolineare come la difesa personale – pur partendo da un torto subito, il furto – possa degradare in delitto quando perde ogni ragionevole rapporto con l’offesa. Shu Zou e Liu Chongbing, assistiti dai rispettivi avvocati, hanno ascoltato la lettura del dispositivo in aula: non ci sono stati particolari sussulti, e i difensori hanno già annunciato che valuteranno i motivi per un eventuale appello. Di Ronza, che aveva precedenti specifici per reati contro il patrimonio, è morto dissanguato poche ore dopo il trasporto in ospedale; i sanitari non hanno potuto fare altro che constatare l’arrivo di un decesso già ampiamente scritto su quel marciapiede di viale Cermenate.

Il confine della legittimità: quando la “difesa” diventa omicidio

Questo caso milanese, al di là della sua drammaticità concreta, riassume una domanda endemica nei processi per reazioni violente a furti o rapine: dove finisce la legittima difesa e dove inizia l’eccesso colposo, se non doloso? I giudici hanno escluso che i due gestori avessero pianificato l’aggressione – da qui l’esclusione di alcune aggravanti – ma hanno ugualmente ritenuto che i colpi con la forbice non fossero più finalizzati a fermare il ladro, bensì a punirlo. La sentenza, depositata nei prossimi novanta giorni, conterrà le motivazioni integrali; al momento, quel che resta è una vittima per un tentativo di furto di biglietti da grattare, e due condannati per aver risposto al furto con un’intensità che non ha paragoni. La Corte d’Assise, con questa decisione, ha ribadito un principio elementare ma spesso calpestato: subire un reato non autorizza a commetterne un altro, tanto più se quest’ultimo toglie una vita.

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