L’Italia che invecchia, un paese di seniores e la sfida del grande adattamento

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La demografia italiana, da tempo ormai, ha imboccato un sentiero che conduce verso una terra in gran parte sconosciuta, un continente nuovo dove la presenza di capelli bianchi, per usare una metafora, non sarà più l’eccezione ma la regola che definisce il paesaggio umano e sociale. Le stime dell’Istat, l’istituto nazionale di statistica, delineano uno scenario destinato a consolidarsi nei prossimi decenni: tra vent’anni, poco più di un terzo della popolazione residente avrà superato la soglia dei sessantacinque anni, mentre oggi la stessa fascia demografica, quella che comunemente definiamo degli anziani ma che qualcuno comincia a chiamare con un termine diverso, pesa per poco meno di un quarto degli abitanti. Una quota, quest’ultima, già di per sé ragguardevole e che lascia intendere la portata della trasformazione in atto, una metamorfosi che non si limiterà a modificare la piramide delle età ma che investirà strutturalmente il mercato del lavoro, il sistema del welfare, l’architettura stessa delle nostre città e dei nostri spazi di vita. Se ne discuterà domani a Firenze, all’auditorium della Fondazione CR Firenze in via Folco Portinari, in una giornata di studio organizzata da Neodemos e Cesifin, un incontro che porterà la firma e il pensiero del demografo Massimo Livi Bacci, colui che ha definito questo passaggio epocale con l’espressione “grande adattamento”.

Il peso dei numeri e la scomparsa degli adulti

La sostanza di questa transizione, al di là delle definizioni, è fatta di cifre che raccontano uno squilibrio crescente, un rapporto statistico tra generazioni che si va facendo sempre più asfittico. Se nel 2005 si contavano trenta seniores, persone con almeno sessantacinque anni, ogni cento adulti compresi nella fascia tra i venti e i sessantaquattro anni, oggi quel rapporto è già salito a quarantadue. E le proiezioni per il 2045, elaborate dall’Istat sulla base di scenari che ipotizzano saldi migratori simili a quelli registrati nell’ultimo decennio, parlano di sessantasei over-sessantacinque ogni cento adulti. Parallelamente, si assisterà a una contrazione imponente della cosiddetta popolazione in età lavorativa, quella tra i quindici e i sessantacinque anni, che perderà circa sette milioni di unità. Un’emorragia di cittadini nella fase centrale della vita, quelli che producono ricchezza e sostengono con il loro contributo il sistema previdenziale e assistenziale, che non potrà non avere ripercussioni profonde sugli equilibri economici del paese. L’Italia, in sostanza, si avvia a diventare un paese per “seniores”, un termine che lo stesso Livi Bacci propone di utilizzare per superare l’idea, ormai obsoleta e forse anche fuorviante, di “vecchi” o “anziani” intesi come soggetti inattivi, un peso per la collettività o per il bilancio dello Stato.

Oltre la retorica dell’assistenza, l’innovazione necessaria

La sfida, dunque, non è soltanto quella di gestire un incremento della domanda di cure e assistenza, sebbene quella rappresenti una priorità ineludibile se si pensa all’aumento degli ultraottantenni e dei grandi anziani. La questione, piuttosto, è culturale e riguarda la necessità di ribaltare la prospettiva con cui si osserva il declino demografico. Non si tratta solo di interrogarsi su come invertire la curva della denatalità, un tema che pure rimane centrale nel dibattito pubblico, o su come regolare i flussi migratori per compensare il calo di abitanti. Occorre, e questa è forse la novità più dirompente, ripensare il ruolo sociale ed economico di quella fascia di popolazione che ha superato i sessantacinque anni. I dati sulla partecipazione al lavoro, in questo senso, sono emblematici: il tasso di occupazione ufficiale degli over-sessantacinque in Italia si aggira attorno al cinque per cento, una percentuale irrisoria se paragonata a quella del Giappone, dove sfiora il venticinque per cento, o della Germania, attestata attorno al dieci. Ecco allora che il ricorso alle tecnologie, per rendere meno onerosa l’assistenza e favorire l’autonomia, e il ripensamento architettonico delle case e degli spazi urbani, per renderli accessibili e funzionali a una popolazione che invecchia, diventano temi centrali.

Il “grande adattamento” di Livi Bacci e il confronto di Firenze

Di questo e di altro si discuterà domani nell’incontro fiorentino, un appuntamento che vedrà riuniti esperti e studiosi per affrontare le diverse declinazioni del “grande adattamento”. Con Livi Bacci, che insieme a Daniele Vignoli trarrà le conclusioni della giornata, interverranno, tra gli altri, il governatore emerito della Banca d’Italia Ignazio Visco, che affronterà i temi del capitale umano e dell’attività economica, e Maria Chiara Carrozza, già presidente del Cnr e ministro, che parlerà del contributo di tecnologia e scienza a sostegno delle persone più fragili. Un confronto a tutto campo, insomma, che metterà in relazione le dimensioni demografiche e sociali con le trasformazioni dei sistemi sanitari, con l’obiettivo di comprendere come un paese che invecchia possa non solo reggere l’urto, ma generare valore proprio da quella che, fino a ieri, veniva percepita prevalentemente come una criticità, un costo, un inciampo sul percorso di una società votata alla produttività e alla crescita. L’aumento dell’aspettativa di vita, del resto, è una conquista e non una sciagura, e il fatto che oggi una persona di sessantacinque anni abbia davanti a sé, in media, molti anni di vita in buona salute, impone di trovare forme nuove per valorizzarne l’esperienza, le competenze, la disponibilità di tempo.

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