L’egitto conferma la condanna per adulterio per l’italiana Nessy Guerra: sei mesi di carcere e il rischio di perdere la figlia
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Redazione Interno
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La Corte d’Appello egiziana ha gelato le speranze di Nessy Guerra, la cittadina italiana originaria di Sanremo che da mesi vive una vera e propria odissea giudiziaria sulle sponde del Mar Rosso. I giudici nordafricani, confermando integralmente quanto stabilito in primo grado lo scorso 19 febbraio, l’hanno dichiarata colpevole di “adulterio”, un reato che, per quanto anacronistico nel nostro ordinamento (dove fu abolito nel lontano 1969), nel paese del Nilo è ancora previsto dal codice penale e punito severamente. La pena, stando a quanto comunicato dall’avvocata della donna, Agata Armanetti, che ha ricevuto la sofferta notizia attraverso i canali del consolato italiano, è di sei mesi di reclusione; una condanna che, di fatto, rischia di trasformarsi in una morsa, considerando la situazione già di per sé precaria della giovane madre.
La paura a voce alta e il peso di una denuncia “di ritorno”
La vicenda, che affonda le radici in un matrimonio italo-egiziano finito male, ha assunto i contorni di un incubo per la trentenne, la quale, in un video pubblicato su Instagram e poi ripreso dalle agenzie, è apparsa letteralmente disfatta dalle lacrime. «Mi hanno condannato – ha detto con voce rotta – Ho paura di finire in prigione, ma ancora di più ho paura di perdere la mia bambina». Quella stessa bambina, di appena tre anni e con doppia nazionalità, è l’elemento centrale – forse l’unico vero – di questo braccio di ferro legale. A scatenare il procedimento penale, e a premere per l’affidamento della piccola, è stato l’ex marito della donna, Tamer Hamouda. C’è un dettaglio, cruciale e paradossale, che emerge dalle carte: l’uomo, che in Italia ha riportato una condanna definitiva per maltrattamenti e lesioni nei confronti della stessa Guerra, è riuscito a ottenere dalle autorità locali un decreto che vieta alla figlia di lasciare il territorio egiziano, bloccando di fatto qualsiasi tentativo di rimpatrio della donna.
L’assistenza diplomatica e il muro della sovranità giudiziaria
Da molte settimane, il caso è al centro dell’attenzione della Farnesina, che ha attivato tutti i canali disponibili per cercare di proteggere la connazionale. L’ambasciata italiana al Cairo, supportata dalle reti consolari di Hurghada e della capitale, ha fornito alla signora Guerra non solo un’assistenza legale di primo livello, ma anche un sostegno economico e logistico, dato che la donna, convinta di essere braccata dall’ex, ha dovuto più volte cambiare rifugio e vive in una condizione di semiclausura. Il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, ha sollevato personalmente la questione con il suo omologo egiziano, Badr Abdelatty, chiedendo il pieno rispetto dei diritti fondamentali sia della madre che della minore. Tuttavia, nonostante le pressioni diplomatiche, il muro eretto dalla magistratura di Hurghada – dove il nucleo familiare risiedeva prima della separazione – sembra al momento insormontabile, e i giudici locali non hanno mostrato alcuna intenzione di revocare il divieto di espatrio imposto sulla piccola.
Il paradosso della giustizia e l’incubo dell’affidamento
Se la pena detentiva rappresenta di per sé una minaccia concreta per la libertà personale di Nessy, a terrorizzarla maggiormente è la prospettiva dell’allontanamento dalla figlia. Nel sistema giuridico egiziano, una condanna penale per “immoralità” come l’adulterio (un’accusa che, è bene ricordarlo, l’interessata respinge fermamente asserendo di aver subito violenze e di aver cercato solo di fuggire da un matrimonio tossico) può avere ripercussioni devastanti nelle cause di affidamento. L’ex marito, forte della sentenza di condanna, potrebbe infatti chiedere che la bambina gli venga affidata esclusivamente, allontanandola per sempre dalla rete familiare materna. L’avvocata Armanetti, commentando l’esito del processo, ha denunciato l’assurdità di una situazione in cui la vittima di reati come stalking e lesioni rischia di finire in gattabuia, mentre il denunciante – nonostante i precedenti penali in Italia – viene ascoltato come parte lesa. La diplomazia italiana, dal canto suo, continua a monitorare l’evoluzione dello stallo giudiziario, mentre la madre, visibilmente provata, attende l’esito di un ultimo, disperato ricorso.




