Leone XIV: “Non posso essere a favore della guerra” e l’appello per l’Iran dal volo di rientro dall’Africa
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Redazione Esteri
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Dal cielo africano, mentre l’aereo papale rientrava a Roma al termine di un viaggio apostolico lungo undici giorni che ha toccato Algeria, Camerun, Angola e Guinea Equatoriale, la voce di Papa Leone XIV si è levata chiara e netta per tracciare un solco netto tra la diplomazia della Santa Sede e la logica degli attacchi militari. «Come pastore, non posso essere a favore della guerra», ha dichiaro il Pontefice rispondendo ai giornalisti – un’affermazione che, nella sua secca semplicità, riassume il pensiero del successore di Bergoglio riguardo ai teatri di conflitto che insanguinano il Medio Oriente. La domanda, scottante, riguardava l’escalation in Iran, dove gli attacchi di Israele e Stati Uniti hanno ulteriormente complicato uno scenario già reso instabile da anni di tensioni; eppure, Leone XIV ha voluto spostare l’attenzione dal piano della geopolitica a quello, ben più concreto, delle vittime civili.
L’incertezza dei negoziati e il prezzo pagato dagli innocenti
Nel definire la situazione iraniana “estremamente complessa”, il Papa non ha risparmiato una critica implicita alla farraginosità dei tentativi di pace attuali, laddove «un giorno l’Iran dice sì e gli Stati Uniti dicono di no e viceversa», senza che si riesca a capire quale sia la direzione intrapresa. Piuttosto che addentrarsi nel dibattito sul cambio di regime – «non è chiaro quale regime ci sia in questo momento, dopo i primi giorni degli attacchi» – Leone XIV ha scelto di mostrare una ferita aperta: la foto di un bambino musulmano incontrato in Libano, poi ucciso durante i bombardamenti. «Porto con me quella foto», ha confessato, trasformando un gesto personale in una denuncia universale contro la strage di quanti non hanno voce. È un grido che si fa coro, quello che arriva dalle lettere delle famiglie iraniane i cui figli sono morti nei primi raid, un appello perché la comunità internazionale promuova «i valori in cui crediamo senza la morte di tanti innocenti».
La “cultura della pace” contro l’odio: il metodo della diplomazia vaticana
L’orizzonte verso cui il Pontefice invita a guardare non è fatto di eserciti o di trattative diplomatiche tradizionali, ma di un cambiamento antropologico profondo. «Vorrei incoraggiare tutti a cercare risposte che vengono da una cultura di pace e non di odio e divisione», ha affermato Leone XIV, ribadendo il no categorico alla violenza come strumento di risoluzione dei conflitti. Non si tratta, nelle sue parole, di una semplice pacificazione retorica, ma del rifiuto di quella che definisce l’idea che l’unica risposta alle difficoltà sia «entrare con la violenza, con la guerra». In questo senso, il Pontefice ha elogiato il metodo del “lavoro dietro le quinte”, la capacità della Santa Sede di parlare con tutti – anche con i regimi autoritari – senza proclami, per perseguire obiettivi umanitari concreti come la liberazione di prigionieri politici, nella consapevolezza che la neutralità attiva possa talvolta salvare più vite di una condanna pubblica.
Il diritto internazionale e la condanna senza appello della pena di morte
Le parole del Papa si sono fatte ancora più aspre nel momento in cui ha toccato il tema del diritto internazionale, chiedendo che venga rispettato e che soprattutto venga garantita la protezione degli innocenti, «cosa che non è avvenuta in diversi luoghi». Collegando idealmente la sorte dei migranti – «trattati peggio degli animali» – a quella dei civili sotto le bombe, Leone XIV ha allargato il concetto di “vita da difendere” fino a comprendere una condanna esplicita della pena capitale. «Condanno l’uccisione di persone. Condanno la pena di morte», ha tuonato, chiarendo che il rifiuto della guerra nasce dalla medesima radice etica che porta a considerare la vita umana «dal concepimento alla morte naturale» come un bene intangibile. Se i negoziati sullo Stretto di Hormuz restano in una fase caotica e critica per l’economia globale, il messaggio del vescovo di Roma prova a inseguire una strada diversa, più lenta ma forse più solida: quella del dialogo che rispetta il diritto e che mette al centro il pianto di un bambino, piuttosto che gli equilibri di potere.
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