Google cambia Search in Europa per il Digital Markets Act: cosa cambia per hotel e voli
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Redazione Economia
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Google ha modificato il modo in cui presenta una parte consistente dei risultati di ricerca per gli utenti dello Spazio economico europeo. L'intervento è entrato in vigore l'8 settembre e nasce dal confronto con la Commissione europea sul Digital Markets Act, il regolamento che impone obblighi particolari alle grandi piattaforme considerate gatekeeper, ovvero soggetti capaci di controllare l'accesso a mercati digitali fondamentali. La stretta riguarda da vicino anche l'Italia, perché le nuove regole valgono per l'intera area economica continentale e non prevedono eccezioni nazionali.
La multa da 460 milioni e l'obbligo di conformarsi
Il punto di partenza è la sanzione da 460 milioni di euro che Bruxelles ha inflitto al gruppo americano per aver favorito i propri servizi nei risultati di ricerca, violando le regole sulla concorrenza. La decisione complessiva, pari a 890 milioni di euro, comprende anche una seconda multa da 430 milioni legata alle restrizioni imposte agli sviluppatori su Google Play, ma è la parte relativa al motore di ricerca a produrre gli effetti più visibili per chi cerca un albergo o un volo.
L'azienda ha ricevuto l'ordine di porre fine alle condotte contestate entro 60 giorni, con la minaccia di penalità periodiche fino al cinque per cento del fatturato mondiale in caso di mancato adeguamento. Google, dal canto suo, respinge le accuse e sostiene che le richieste europee finiranno per peggiorare i prodotti usati ogni giorno.
Cosa vede ora chi cerca hotel, voli o ristoranti
La nuova struttura dei risultati di ricerca è stata pensata per dare maggiore spazio ai comparatori e ai servizi specializzati esterni. Chi cerca un hotel, un volo, un ristorante, un mezzo di trasporto o un'attività sportiva può ora trovare in cima alla pagina un servizio specializzato esterno, seguito da due risultati analoghi ma più ridotti e da un carosello con informazioni meno complete. In pratica, Google mostra meno dati direttamente e lascia che siano le piattaforme concorrenti a occupare le posizioni di maggior visibilità.
L'obiettivo dichiarato da Bruxelles è aumentare la concorrenza ed evitare che il motore di ricerca utilizzi la propria posizione dominante per favorire i propri servizi, come Google Shopping, Google Hotels e Google Flights, a scapito degli operatori terzi.
La posizione di Google e le accuse di peggioramento
La società di Mountain View non ha accolto con favore l'intervento. Il presidente degli Affari globali Kent Walker ha sostenuto che l'applicazione del Digital Markets Act continua a danneggiare i prodotti di uso quotidiano, costringendo l'azienda a rimuovere funzionalità della ricerca in tempo reale molto apprezzate, come i prezzi istantanei e la disponibilità diretta per hotel, voli e ristoranti, oltre a smantellare alcune protezioni di sicurezza attive su Google Play.
Secondo Walker, non si tratterebbe di concorrenza leale ma di un degrado del prodotto imposto da un piccolo gruppo di ricorrenti con interessi personali, a spese delle imprese e dei consumatori europei. La Commissione europea ha replicato che la legislazione digitale non è oggetto di negoziazione e che le norme si applicano a tutti in modo uguale, aggiungendo che semmai sono i gatekeeper a bloccare l'innovazione delle aziende europee.
Il quadro del Digital Markets Act e i precedenti
Il Digital Markets Act identifica come gatekeeper le piattaforme con un fatturato annuo di almeno 7,5 miliardi di euro nell'Unione negli ultimi tre anni o una capitalizzazione di mercato di almeno 75 miliardi, con almeno 45 milioni di utenti finali mensili e 10.000 utenti commerciali stabiliti in Europa. Tra gli obblighi previsti c'è il divieto di trattare i propri servizi e prodotti in modo più favorevole nel ranking rispetto a offerte analoghe di terze parti.
Non si tratta del primo scontro tra Google e Bruxelles: nel 2017 l'azienda era stata sanzionata per 2,4 miliardi di euro per aver privilegiato il proprio servizio di comparazione prezzi, mentre nel 2018 era arrivata una multa da 4,3 miliardi, poi ridotta a 4,1, per pratiche anticoncorrenziali legate al sistema operativo Android. La vicenda ha anche una dimensione transatlantica, con Washington che ha definito le multe europee alle big tech una forma di tassazione indiretta e ha minacciato possibili ritorsioni commerciali.
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