«Dossier Santanchè», l’obbedisco di Meloni e la resa dopo la telefonata con La Russa

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La ministra del Turismo si è arresa dopo quasi tre anni di resistenza, un giorno di pressioni da caccia in decollo e un anno di stillicidio più o meno sotterraneo da parte di Giorgia Meloni, che a ogni avviso di garanzia ricevuto dalla sua fedelissima aveva un mancamento. Il braccio di ferro si è consumato in ventiquattr’ore, tra telefonate concitate, il rifiuto iniziale di fare un passo indietro e infine la resa con una lettera che non lascia dubbi sul clima di rottura. Daniela Santanchè, che da tempo ripeteva di essere disposta a lasciare solo se glielo avesse chiesto pubblicamente la presidente del Consiglio, ha ottenuto esattamente quello che aveva chiesto, ma non certo con la dolcezza sperata: l’auspicio pubblico arrivato da Palazzo Chigi nella serata di martedì 24 marzo, dopo le dimissioni del sottosegretario Andrea Delmastro e della capo di gabinetto Giusi Bartolozzi, suonava come un ultimatum senza appello.

Il ruolo del presidente del Senato e la telefonata decisiva

A rompere l’accerchiamento, secondo diverse ricostruzioni, è stato Ignazio La Russa, storico amico della ministra e figura di riferimento nel partito, che nelle ore più concitate ha agito da mediatore per scongiurare una crisi aperta. Mentre Giorgia Meloni si trovava in Algeria, il presidente del Senato ha interloquito con Santanchè per spiegarle che non esisteva più alcuna agibilità politica: la linea dettata dalla premier era quella della «fermezza totale», senza margini di trattativa su future candidature o ruoli di partito. Fonti meloniane raccontano di una telefonata in cui la ministra inizialmente oppose resistenza, arrivando persino a ventilare scenari di rottura («piuttosto mi tiro dietro tutto il governo», avrebbe detto), ma alla fine La Russa sarebbe riuscito a convincerla che il passo indietro era inevitabile. In quel momento, le sue parole avrebbero fatto leva non tanto sulle motivazioni giudiziarie – su cui Santanchè rivendica un «certificato penale immacolato» – quanto sulle ragioni politiche: la sconfitta al referendum sulla giustizia imponeva un cambio di passo e la rimozione di ogni possibile ombra sull’esecutivo.

Tre anni di inchieste e le resistenze in Aula

La vicenda giudiziaria che ha avvolto Santanchè risale ben prima dell’incarico ministeriale. Dal giugno del 2023, quando un servizio televisivo la spinse per la prima volta sull’orlo del burrone, la senatrice di Fratelli d’Italia è rimasta aggrappata alla poltrona, resistendo a una serie di inchieste che si sono progressivamente aggravate. La Procura di Milano l’ha rinviata a giudizio per falso in bilancio nel caso Visibilia, società di cui era amministratrice, e un altro procedimento per presunta truffa all’Inps sulla cassa integrazione Covid resta pendente in attesa di una decisione della Corte Costituzionale. A febbraio di quest’anno si sono aggiunte anche indagini per bancarotta legate al fallimento di Ki Group e Bioera. Nonostante le opposizioni abbiano presentato tre mozioni di sfiducia – rispettivamente il 26 luglio 2023, il 4 aprile 2024 e il 25 febbraio 2025 – tutte sono state respinte dal centrodestra, che in Aula aveva sempre difeso la sua ministra. Memorabile restò la sua difesa in Parlamento, quando rivendicò l’uso «di tacchi da 12 centimetri» per tenere testa ai propri avversari.

L’«obbedisco» con una punta di veleno

La lettera di dimissioni recapitata a Palazzo Chigi nel tardo pomeriggio di mercoledì 25 marzo porta la firma di una donna che cede ma non si piega. «Cara Giorgia ti rassegno, come hai ufficialmente auspicato, le mie dimissioni», si legge nel testo diffuso poi dalla stampa, dove la parola «obbedisco» spicca come un richiamo quasi garibaldino ma carico di ambiguità. Santanchè ci tiene a precisare di non voler fare da «capro espiatorio» né per la sconfitta referendaria né per le vicende di Delmastro, «che pure paga un prezzo alto». E aggiunge, con una stilettata: «Nella mia vita sono abituata a pagare i miei conti e spesso anche quelli degli altri». Un passaggio che nei palazzi romani è stato letto come un’accusa implicita verso chi, nel partito, le avrebbe fatto pesare un’esposizione giudiziaria ritenuta ormai insostenibile. Le dimissioni, giunte dopo ore di smentite e con il ministero ancora formalmente aperto, hanno suscitato l’applauso delle opposizioni alla Camera, ma hanno anche aperto un fronte interno su cui la premier sarà chiamata a ricomporre le crepe.

Il totonomi per la successione e l’addio alla Versilia

Mentre Dimitri Kunz, compagno dell’ex ministra, raccontava ai giornali di aver comprato rose rosse per accoglierla a Marina di Pietrasanta – dove lei sarebbe tornata per ritrovare «la salute e tanti progetti» come l’apertura di un lido il 28 maggio – nella capitale si apriva immediatamente il totonomi per il dicastero del Turismo. I nomi più accreditati in casa Fratelli d’Italia sono quelli di Gianluca Caramanna, responsabile del settore per il partito ed economista del turismo, e di Lucio Malan, attuale presidente dei senatori di FdI. Tra gli outsider circola con insistenza il nome di Giovanni Malagò, ex presidente del Coni, la cui nomina sarebbe però un’operazione più complessa perché richiederebbe un riequilibrio con gli alleati di governo, in particolare con la Lega che guarda con interesse a Luca Zaia. Qualcuno, infine, non esclude che Meloni possa optare per un interim temporaneo, per guadagnare tempo e valutare con calma la mossa più opportuna a un anno dal voto. Di certo, la fase che si apre sarà di quelle in cui le scelte di vertice finiranno per pesare più del solito sulla tenuta della maggioranza.

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