Daniela Santanchè si dimette: «Obbedisco e pago anche per gli altri», la lettera che rompe l’amicizia con Meloni
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Redazione Interno
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La resistenza, nella politica romana, è spesso una virtù che dura lo spazio di una notte. Daniela Santanchè, che per oltre tre anni aveva retto il ministero del Turismo tra cortine fumogene e procedimenti giudiziari, ha infine ceduto nel giorno che molti definiscono il più nero della sua parabola governativa. Dopo un pressing durissimo, che nelle ventiquattr’ore precedenti l’aveva vista tentare di non cedere, l’ex ministra ha abbandonato l’incarico obbedendo – ma non tacendo – all’invito della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Le dimissioni, arrivate nella serata del 25 marzo, giungono a valle di una giornata convulsa in cui le opposizioni avevano già calendarizzato una mozione di sfiducia, rendendo insostenibile la posizione della titolare del dicastero.
È nella lettera indirizzata alla premier, divenuta subito un documento politico di straordinaria durezza, che Santanchè ha condensato la propria amarezza e la volontà di marcare la distanza da quanto accaduto. «Cara Giorgia ti rassegno, come hai ufficialmente auspicato, le mie dimissioni», esordisce l’ormai ex ministra, precisando però con una frase incidentale che riassume il clima di questi mesi: «Ho voluto (e spero mi capirai) che fosse pubblicamente chiaro che eri tu a chiedermi di lasciare questo ruolo». La senatrice ha voluto ribadire con forza che il passo indietro non fosse dovuto a una condanna o a un’evidenza penale – «il mio certificato penale è immacolato e per la vicenda della cassa integrazione non vi è nemmeno un semplice rinvio a giudizio» – ma a una scelta politica precisa della leader di Fratelli d’Italia.
La tensione tra le due donne, un tempo legate da una solida amicizia politica, emerge chiaramente dalle righe del testo. Santanchè racconta di aver opposto una resistenza iniziale, definita «forse bruscamente (capirai il mio stato d’animo)», per evitare di diventare il «capro espiatorio di una sconfitta che non è certo stata determinata da me». Il riferimento alla sconfitta al referendum sulla giustizia è esplicito, così come la volontà di scindere le proprie sorti da quelle degli altri due esponenti del partito caduti nello stesso giro di ore, ovvero il sottosegretario Andrea Delmastro e il capo di gabinetto del ministero della Giustizia Giusy Bartolozzi. «Volevo che le mie dimissioni – scrive – fossero separate dalla vicenda contingente ed assai diversa che ha riguardato l’On Delmastro che pure paga un prezzo alto».
Il ruolo del presidente del Senato e la mediazione politica
Se la richiesta pubblica proveniva dalla premier, il braccio di ferro vero e proprio si è consumato attraverso la mediazione del presidente del Senato, Ignazio La Russa. Fonti parlamentari raccontano di un pomeriggio concitato, in cui l’ex ministra cercava di guadagnare tempo, mentre la maggioranza temeva che la situazione potesse sfuggire di mano. La Russa, in una nota diffusa a caldo dopo le dimissioni, ha parlato di un «gesto non dovuto, compiuto solo dopo l’invito del presidente del Consiglio, e nonostante la sua situazione giudiziaria non solo sia priva di condanne ma anche di un semplice rinvio a giudizio». Questo intervento, carico di solidarietà personale, ha contribuito a trasformare un atto dovuto in un sacrificio personale riconosciuto dal partito.
Il partner di Santanchè, Dimitri Kunz, ha confermato la dinamica sottolineando che il passo indietro è stato sofferto ma necessario, dettato dalla volontà di non creare ulteriori fratture nel governo. La vicenda ha però lasciato strascichi immediati, alimentando il racconto di un esecutivo in difficoltà dopo il risultato referendario. Nel momento stesso in cui le agenzie di stampa hanno battuto la notizia dell’addio, nell’aula della Camera è esploso un lungo applauso tra i banchi dell’opposizione, un gesto che il presidente di turno, Giorgio Mulè, ha commentato con una battuta ironica per sdrammatizzare l’imbarazzo.
Le reazioni e il quadro giudiziario alle spalle delle dimissioni
Sullo sfondo di queste dimissioni, che hanno chiuso un’era per il ministero del Turismo, restano le pesanti vicende giudiziarie che hanno accompagnato il mandato di Santanchè. La senatrice risulta infatti indagata per bancarotta nell’ambito del fallimento di Bioera Spa, oltre a essere coinvolta nella presunta truffa aggravata ai danni dell’Inps legata alla gestione della cassa integrazione per le sue società della galassia Visibilia. Nella sua lettera, l’ex ministra ha però tenuto a marcare il punto dello stato delle indagini, specificando che manca persino il rinvio a giudizio su alcune delle contestazioni principali.
L’addio di Santanchè, pur rappresentando una resa personale, ha anche il sapore di un tentativo di normalizzazione in un partito che, per paradosso rispetto alla retorica ufficiale, ha visto consumarsi uno scontro tutto al femminile ai vertici. Se da un lato i dirigenti di Fratelli d’Italia come Lucio Malan hanno parlato di «gesto di grande responsabilità», dall’altro l’opposizione ha attaccato duramente la presidente del Consiglio. Il leader del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte, ha infatti attribuito la responsabilità del ritardo alla premier, mentre la segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, ha liquidato le dimissioni con un laconico «sempre troppo tardi», evidenziando come la crisi politica fosse ormai inevitabile.
Con l’uscita di scena di una delle figure più discusse del governo, l’esecutivo si trova ora a dover gestire il vuoto lasciato al Turismo. Le voci di un eventuale interim da parte della stessa Meloni circolano già nei palazzi romani, mentre il partito cerca di ricucire le lacerazioni interne emerse in queste ore di fuoco. La lettera, con quel «obbedisco e pago anche per gli altri» che richiama volutamente atmosfere d’altri tempi, resterà però come un atto di accusa nei confronti di una leadership che, pur di salvare la barra dopo la sconfitta referendaria, non ha esitato a sacrificare una delle sue colonne più fedeli.
Meta Description: Daniela Santanchè si dimette da ministra del Turismo con una lettera a Meloni: «Obbedisco, pago i miei conti e quelli degli altri». La crisi in FdI dopo la sconfitta al referendum.




