Mondiali, il flop dei bagarini: biglietti da 17mila euro ora valgono meno di cento

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Non vi stupite o indignate, perché con i propri soldi ognuno fa quello che vuole. Premessa d’obbligo, prima di raccontare il tonfo di un mercato che sembrava inarrestabile. Lo scorso gennaio, al culmine della febbre da Mondiale e con un’offerta di biglietti che per certi incontri era paradossalmente risicata, un tagliando vip per assistere a Spagna-Uruguay – match in programma a Guadalajara il 27 giugno – è stato letteralmente sparato sul mercato secondario a 17.199 euro.

Una cifra che, al netto dell’entusiasmo (o della follia) di chi l’ha sborsata, rappresenta un record assoluto nella storia della Coppa del Mondo. Eppure, ecco il ribaltone: a poche ore dal fischio d’inizio di Messico-Sudafrica, quella bolla speculativa è miseramente scoppiata, lasciando sul terreno migliaia di speculatori con un pugno di mosche.

L’inversione di tendenza e la marea di invenduto

Il mercato dei bagarini, va detto, ha subito una contrazione drammatica, quasi senza precedenti. Secondo le analisi condotte da piattaforme specializzate nel comparare i prezzi, l’offerta di tagliandi rimessi in vendita da chi sperava in un facile guadagno è aumentata di 56 volte negli ultimi nove mesi. Per capirci, si è passati da circa 16mila a quasi 886mila biglietti disponibili sul circuito secondario. Un’inondazione di ticket che ha naturalmente fatto crollare le quotazioni: il prezzo medio richiesto è sceso del 65% da settembre scorso, passando da una media di 3.882 euro a circa 1.

362 euro. Ma il dato più clamoroso riguarda le partite low profile: per Arabia Saudita-Capo Verde, a Houston, si trovano oggi tagliandi con un prezzo base di soli 86 euro. La stessa sorte – con buona pace di chi aveva fatto incetta di biglietti – tocca ad Austria-Giordania a San Francisco, dove l’ingresso meno caro viaggia sui 101 euro.

I costi proibitivi e lo spettro degli stadi vuoti

Questo crollo, però, non è solo colpa dell’avidità dei bagarini. La Fifa si trova a gestire un’eredità pesante: quasi 180mila posti risultano ancora vacanti negli stadi, un numero impressionante che rischia di imbiancare le telecamere di tutto il mondo. La causa principale è sotto gli occhi di tutti, ovvero il ricorso ai cosiddetti “prezzi dinamici” – lo stesso sistema usato dalle compagnie aeree – che ha fatto lievitare i costi ben oltre il ragionevole.

Per assistere alla prima degli Stati Uniti contro il Paraguay, per esempio, il prezzo richiesto supera ancora gli 800 dollari nonostante gli sconti, mentre un biglietto per la finale nel New Jersey parte da una base di 4.185 dollari. Il paradosso, denunciato anche da alcune procure statunitensi, è che per molti incontri di secondo piano la Fifa è stata costretta a svendere i pacchetti o ad abbassare i prezzi ben al di sotto del costo originale, pur di evitare la figuraccia degli spalti semideserti.

L’eccezione latina e l’azzardo calcolato di Infantino

Non tutto il mercato, va detto, è in rosso. Esiste una netta spaccatura geografica: mentre le nazionali europee (Francia, Germania e Spagna su tutte) inondano il mercato secondario con decine di migliaia di tagliandi invenduti, la passione dei tifosi latinoamericani sta tenendo in vita la borsa dei prezzi. I biglietti per il Messico, padrone di casa, vengono rivenduti a cifre quadruple rispetto al valore originale, con una media che schizza a 3.500 euro a tagliando.

L’incontro tra Colombia e Portogallo a Miami, poi, fa segnare un autentico record di plusvalenza: il prezzo minimo richiesto tocca i 1.497 euro, con una maggiorazione che in alcuni casi supera il 600%. Una dinamica, quest’ultima, che conferma la teoria del presidente della Fifa, Gianni Infantino: il “mercato dell’intrattenimento più sviluppato del mondo” detta legge, premiando la scarsità dell’offerta per alcuni big match e punendo senza pietà la speculazione indiscriminata sugli altri.

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