Bff Bank, l’esecuzione sarà decisiva e Morningstar DBRS avverte: necessaria chiarezza strategica per mitigare l’incertezza

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La conferma, da parte di Morningstar DBRS, del rating sul debito a lungo termine di Bff Bank a «BB (high)» con trend stabile non ha fugato del tutto le nubi che si addensano sul quartier generale dell’istituto specializzato nel factoring verso la Pubblica amministrazione; anzi, l’agenzia di rating ha voluto puntualizzare — e lo ha fatto attraverso le dichiarazioni del vice president Andrea Costanzo — che la partita vera si giocherà ora sul terreno della cosiddetta execution, laddove un eventuale fallimento nell’accelerare il recupero dei crediti scaduti, le past-due collection, o nella messa a terra della cartolarizzazione già annunciata potrebbe esercitare un pressing al ribasso proprio su quei giudizi di rating che, per il momento, sono stati salvaguardati -1-4-8.

Ci si trova, dunque, dinanzi a una banca che ha chiuso il bilancio 2025 con due numeri solo apparentemente contraddittori: da una parte l’utile netto rettificato, quello depurato cioè delle partite straordinarie, segna un +6% su base annua attestandosi a 151,7 milioni di euro, e dall’altra l’utile netto contabile — quello che sconta invece gli oneri non ricorrenti — precipita del 67% fermandosi a 70,2 milioni; un tonfo secco, quest’ultimo, dovuto in larga misura a 67 milioni di accantonamenti per azioni di de-risking e a una serie di sentenze sfavorevoli relative a crediti vantati proprio verso il settore pubblico italiano, sentenze che hanno imposto alla società una revisione dell’intero portafoglio e che hanno finito per assorbire risorse e capitale -4-5-8.

Il peso degli one-off e la patrimonializzazione sopra i target

Se si srano gli effetti di quelle componenti anomale, e ci si concentra sulla gestione caratteristica, il quadro che emerge è per certi versi meno fosco di quanto la sola lettura dell’utile contabile lascerebbe intendere: il portafoglio crediti si è mantenuto stabile a 5,8 miliardi, i volumi complessivi sono cresciuti del 5% raggiungendo quota 8,9 miliardi, e il margine derivante dai servizi di pagamento e dai securities services ha continuato a fornire un apporto non trascurabile, compensando almeno in parte il calo dei ricavi da interessi; il CET1 ratio, poi, si è attestato al 14,1%, ben al di sopra dei requisiti minimi regolamentari e perfino del target interno che pure includeva gli effetti delle azioni di pulizia del bilancio, mentre il Total Capital Ratio ha toccato il 17,3% -5-10.

E tuttavia, questi dati — per quanto positivi sul versante patrimoniale — non sono riusciti a stemperare la cautela espressa dagli analisti e nemmeno a invertire la flessione del Titolo in Borsa, un titolo che aveva già subìto una batosta senza precedenti nei primi giorni di febbraio, quando il mercato aveva digerito con estrema difficoltà l’annuncio di un cambio al vertice e la revisione al ribasso dei target per il 2026; Massimiliano Belingheri, amministratore delegato per oltre dodici anni, ha rimesso le deleghe operative — pur rimanendo come consigliere non esecutivo — e al suo posto, alla guida della banca, è stato chiamato Giuseppe Sica, già chief financial officer, in una successione che molti hanno interpretato come il tentativo di ricucire presunte fratture all’interno del consiglio di amministrazione e di imprimere un’accelerazione a quel processo di de-risking che il mercato, a conti fatti, ha però accolto come una sconfessione delle strategie precedenti -3-7.

La riclassificazione dei crediti e la sfida delle past-due collection

Sotto la lente di Morningstar DBRS, e più in generale degli investitori istituzionali, è finita in particolare la questione della riclassificazione prudenziale di alcuni crediti verso la Pubblica amministrazione, una riclassificazione sollecitata dalla Banca d’Italia già nel maggio del 2024 e che aveva portato a un’impennata apparentemente drammatica dell’indicatore dei crediti deteriorati, con un rapporto NPE lordo schizzato dal 6,8 per cento di fine 2023 al 33,9 per cento di marzo 2025; un’impennata che va però contestualizzata, e gli analisti di Morningstar DBRS lo sanno bene, perché si tratta in larga misura di crediti past due — scaduti, insomma — ma vantati nei confronti di enti pubblici che, per quanto ritardatari nei pagamenti, conservano un profilo di rischio storicamente basso e garantiscono alla banca il recupero pressoché integrale del capitale oltre agli interessi di mora -1-2.

Ma se la natura del credito è meno tossica di quanto i numeri grezzi lascerebbero supporre, resta il fatto che la lentezza degli incassi — e talvolta la necessità di ricorrere a decreti ingiuntivi, uno strumento che Bff ha ripreso a utilizzare nel 2024 — immobilizza risorse e comprime la redditività; da qui l’importanza cruciale attribuita dall’agenzia di rating all’obiettivo di ridurre in modo sostanziale quelle esposizioni scadute, e da qui anche la scelta del consiglio di amministrazione di non proporre alcun dividendo per l’esercizio 2025, una decisione motivata proprio dall’esigenza di preservare il capitale in una fase che il board stesso ha definito di «elevata incertezza» e che il mercato, evidentemente, non ha ancora terminato di scontare -2-4-8.

La cartolarizzazione e l’attesa per il nuovo piano strategico

Nell’agenda del nuovo corso, accanto al recupero dei crediti, campeggia l’operazione di cartolarizzazione che Bff ha in cantiere e alla quale lavorano consulenti del calibro di JPMorgan e PwC; un’operazione non ancora vincolante, e infatti non inclusa nelle guidance ufficiali, ma che se condotta a termine potrebbe liberare capitale e migliorare la flessibilità finanziaria del gruppo, anche se i tempi e i modi restano avvolti in una coltre di cautela che il management non ha intenzione di squarciare fino alla presentazione del nuovo piano strategico, atteso nella seconda metà del 2026 -3-7.

Morningstar DBRS, dal canto suo, ha scelto per ora la strada della conferma, e il trend stabile assegnato ai rating segnala che l’agenzia non ritiene imminente una revisione al ribasso; ma le parole di Costanzo non lasciano molto spazio a interpretazioni: se il recupero dei crediti scaduti dovesse rivelarsi più lento del previsto, o se la cartolarizzazione dovesse arenarsi, o ancora se dovessero emergere ulteriori accantonamenti legati al contenzioso o alla riclassificazione del credito, la pressione al ribasso diventerebbe concreta e i rating — finora saldamente ancorati alla loro fascia — potrebbero essere rimessi in discussione -1-4-8.

Una banca, insomma, che ha scelto di affrontare di petto le proprie fragilità, pagandone il prezzo in Borsa e in visibilità, e che ora deve dimostrare di saper trasformare una strategia difensiva in un volano per la crescita futura; il 2026, con il nuovo piano e con i primi effetti tangibili del de-risking, dirà se quella scelta era solo necessaria o se sarà stata anche sufficiente.

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