Incendio a San Vittore, evacuati 270 detenuti verso carceri già al collasso
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Redazione Interno
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Per tutta la notte, in un viavai incessante di autobus della polizia penitenziaria, si è consumato l’ultimo capitolo dell’emergenza strutturale che attanaglia il carcere di San Vittore. Un corto circuito nei sotterranei del terzo raggio, sviluppatosi in un principio d’incendio che ha reso l’intera ala inagibile, ha costretto all’evacuazione immediata di duecentosettanta persone. Operazione complessa, che ha impegnato i mezzi fino alla mattinata inoltrata, e che ha visto il trasferimento della maggior parte degli uomini in altre strutture penitenziarie, alcune delle quali anche fuori dai confini della Lombardia. Il sovraffollamento endemico, del resto, non lasciava alternative praticabili per uno smistamento ordinato all’interno del medesimo circuito regionale. Mentre i tecnici sono al lavoro per valutare i danni e i tempi necessari alla messa in sicurezza del reparto danneggiato, per il rientro dei reclusi si parla ormai di settimane, se non di mesi, aggravando ulteriormente una situazione già insostenibile.
L'arrivo a Bollate, già oltre ogni limite di capienza
Centoquaranta dei detenuti evacuati sono stati accompagnati nel penitenziario di Bollate, una struttura che però, come molte altre nel Paese, è già gravata da un tasso di affollamento critico. Questo afflusso improvviso, sebbene dettato dalla necessità impellente di trovare una sistemazione immediata, rischia di compromettere del tutto gli standard minimi di dignità e di sicurezza, creando tensioni ulteriori in un ambiente per sua natura sotto pressione. Lo spostamento massiccio di persone, un’operazione logistica di notevole entità, ha dunque risolto un’emergenza acuta per crearne un’altra, più strisciante ma ugualmente pericolosa, spostando il problema da un istituto all’altro senza affrontarne le cause profonde.
La crisi strutturale di San Vittore, un problema annoso
Quello dell’incendio, per quanto grave, non è che l’ultimo sintomo di un malessere cronico. Il carcere milanese, infatti, vede due dei suoi raggi chiusi da anni in attesa di ristrutturazioni mai ultimate, mentre il sovraffollamento ha raggiunto, secondo i rapporti delle associazioni di garanzia, picchi ben oltre il duecento per cento. A novembre, per fare un esempio, il tasso era addirittura schizzato al 231%, il che significa che la struttura ospita più del doppio delle persone per le quali era originariamente progettata. Una condizione che rende la vita quotidiana dei reclusi, e del personale che vi opera, un esercizio di pura sopravvivenza, dove la promessa di un trattamento penitenziario che miri al reinserimento sociale sembra un’utopia lontanissima.
Il rebus della sicurezza e delle riparazioni
Con il reparto evacuato rimasto senza elettricità e reso inutilizzabile dai danni del fuoco, le autorità si trovano ora a dover pianificare interventi di riparazione la cui portata e i cui tempi sono ancora tutti da definire. I sopralluoghi tecnici in corso dovranno stabilire l’entità precisa dei lavori necessari, un iter che, per esperienza, spesso si protrae ben oltre le previsioni iniziali. Intanto, quei duecentosettanta detenuti dovranno adattarsi a nuove celle, spesso in spazi già congestionati, lontani dalle reti familiari e dagli avvocati di fiducia, con tutte le conseguenze che ciò comporta sul piano giuridico e umano. Un’emergenza che, nata da un guasto tecnico, mette a nudo la fragilità sistemica di un intero apparato.




