A Gaza nuova escalation: almeno 26 uccisi in 48 ore, l'ipocrisia del piano Usa e il silenzio internazionale

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Nelle ultime quarantotto ore, nonostante i proclami e le dichiarazioni di intenti che giungono da oltreoceano, la striscia di Gaza è stata nuovamente teatro di sanguinosi attacchi israeliani che hanno causato la morte di almeno ventisei palestinesi.

Un bilancio, quello che emerge dai dati forniti dal Ministero della Sanità locale, che si inserisce in una spirale di violenza apparentemente inarrestabile e che getta una luce sinistra sulla reale portata delle iniziative di pace promosse dagli Stati Uniti; l'annuncio di un piano, peraltro, sembra svanire nel fragore delle esplosioni, rivelando tutta l'impotenza di una diplomazia che fatica a tradursi in fatti concreti sul terreno.

Le urla e le grida di disperazione che si levano tra le macerie di Gaza, per quanto lancinanti, non riescono a squarciare quel muro di indifferenza e di calcolo politico che sembra avvolgere la comunità internazionale, troppo impegnata a discutere di equilibri geopolitici lontani per prestare orecchio al dramma quotidiano di una popolazione stremata.

Numeri che non fanno notizia e il silenzio assordante

Il ripetersi ossessivo di certe parole, come "ucciso", "ferito" o "mutilato", finisce purtroppo per svuotarle del loro tragico significato, trasformandole in statistiche fredde e asettiche che l'opinione pubblica consuma con una pericolosa abitudine. Un titolo che recita "tredici palestinesi uccisi a Gaza" o "altri feriti negli scontri" rischia di non suscitare più lo sdegno che dovrebbe, perché la reiterazione della violenza genera un assuefazione morale di cui è difficile liberarsi.

Eppure, se si guarda al quadro complessivo, i numeri assumono una dimensione spaventosa: secondo le stime del Ministero della Sanità palestinese, dall'inizio del conflitto, nell'ottobre del 2023, Israele ha causato la morte o il ferimento di oltre duecentocinquantamila palestinesi, un dato che racconta l'enormità di una tragedia umanitaria senza precedenti nella storia recente della regione.

Un dramma che si consuma sotto gli occhi di tutti, ma che fatica a trovare uno spazio adeguato nell'agenda politica internazionale, sempre più assorbita da altre priorità strategiche e da calcoli di opportunità che poco hanno a che fare con la difesa dei diritti umani fondamentali.

I bambini di Gaza e il fallimento del cessate il fuoco

A rendere la situazione ancora più drammatica è la condizione dei più piccoli, le vittime più innocenti e indifese di questo conflitto senza fine. Le notizie che giungono dal territorio parlano di almeno trecento bambini uccisi nei trecento giorni trascorsi dall'annuncio del cessate il fuoco, avvenuto nell'ottobre del 2025: una media agghiacciante di un minore ucciso ogni singolo giorno, nonostante l'accordo firmato quasi dieci mesi fa prevedesse la sospensione delle operazioni militari e il pieno e incondizionato accesso degli aiuti umanitari e dei soccorsi alla popolazione civile.

Un paradosso doloroso che il Direttore regionale dell'UNICEF per il Medio Oriente e il Nord Africa, Edouard Beigbeder, ha commentato con parole di dura condanna, sottolineando come "un cessate il fuoco che comporta la morte di un bambino in media ogni singolo giorno sta venendo meno alla sua funzione di proteggere i bambini". Un fallimento, quello della comunità internazionale, che appare sempre più evidente e che stride con le dichiarazioni di principio sulla centralità della vita umana e sulla necessità di proteggere i civili, specialmente i più vulnerabili, in qualsiasi conflitto armato.

La politica estera italiana e il corto circuito ucraino

Mentre a Gaza il sangue continua a scorrere e i soccorsi stentano ad arrivare, il dibattito politico italiano appare paradossalmente impantanato su un altro fronte, quello della guerra in Ucraina, con la sinistra e le forze progressiste alle prese con un dilemma esistenziale riguardante il sostegno militare a Kiev e le prospettive di una coalizione di governo.

Le divisioni interne sono profonde e i "mal di pancia" si fanno sentire con crescente intensità, tanto da mettere in discussione la stessa tenuta elettorale della compagine progressista e la sua capacità di presentarsi agli elettori come un'alternativa credibile e coesa. In molti, all'interno dello schieramento, si interrogano sulle condizioni minime per un percorso unitario e, soprattutto, sulla reale capacità di governo di un eventuale nuovo esecutivo, messo in dubbio da posizioni spesso inconciliabili che rischiano di paralizzare ogni azione politica.

Un corto circuito politico che appare quanto meno fuori fase, se si considera l'urgenza e la gravità di quanto sta accadendo in Medio Oriente e la necessità di un impegno diplomatico europeo più deciso e incisivo per fermare la strage di civili.

La sensazione, a tratti, è che mentre il mondo brucia, la politica italiana sia intenta a discutere di questioni che, per quanto importanti, finiscono per oscurare la portata epocale di una crisi umanitaria che sta cancellando intere famiglie e distruggendo il futuro di un popolo intero, sotto lo sguardo impotente e spesso complice di una comunità internazionale che non trova il coraggio di agire.

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