La famiglia nel bosco, il racconto degli atti di autolesionismo dei bambini non trova conferma nelle relazioni della casa famiglia
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
La vicenda giudiziaria che ruota attorno alla cosiddetta “famiglia nel bosco” – i cui componenti, Nathan Trevallion e Catherine Birmingham, originariamente residenti in un casolare isolato nel comune di Palmoli – si arricchisce di un nuovo, e per certi versi decisivo, capitolo che contribuisce a delineare i contorni di una complessa istruttoria. Al centro dell’attenzione, in questa fase, vi sono le condizioni psicologiche e i comportamenti dei tre minori, attualmente ospiti insieme alla madre in una comunità protetta di Vasto, un elemento che da mesi tiene banco nelle aule del tribunale per i minorenni dell’Aquila e che rappresenta il fulcro delle contrapposizioni tra i genitori e l’apparato di tutela messo in moto dai servizi sociali. La narrazione degli episodi di autolesionismo, più volte portata all’attenzione dei giudici dalla stessa Birmingham e dai suoi consulenti tecnici come prova di un disagio profondo causato dall’allontanamento dal nucleo familiare, si scontra, però, con la versione offerta da chi, quotidianamente, osserva e interagisce con i bambini all'interno della struttura che li accoglie da oltre tre mesi. Le relazioni periodiche che la responsabile della casa famiglia è tenuta a inviare all’autorità giudiziaria minorile dipingerebbero, infatti, un quadro differente, nel quale i comportamenti descritti dalla madre non troverebbero un riscontro oggettivo, aprendo così un vero e proprio conflitto interpretativo sullo stato di salute psico-fisica dei piccoli -3-5.
Il nodo delle perizie e la discordanza sulle condizioni dei minori
La divergenza sostanziale tra quanto riferito dai responsabili della struttura protetta e quanto invece sostenuto con forza da Catherine Birmingham, supportata dalle relazioni del neuropsichiatra Tonino Cantelmi, costituisce l’ossatura dell’attuale fase dibattimentale. Se da un lato la madre, in un accorato messaggio depositato agli atti, parla di bambini che “rompono le cose, si fanno male, si fanno del male a vicenda, disegnano aggressivamente sui muri” -2, dall’altro le informative della casa famiglia – come si apprende da fonti vicine all’inchiesta – tenderebbero a normalizzare il comportamento dei tre fratelli, descrivendo un loro progressivo e sostanziale adattamento al nuovo contesto di vita, senza evidenziare quelle condotte autolesioniste che pure sono state al centro di varie istanze difensive -3-5. Questa discrasia rappresenta un elemento di valutazione cruciale per i giudici, chiamati a districarsi tra due letture antitetiche della stessa realtà: una, quella materna, che denuncia un trauma da separazione degenerato in gesti inconsulti e segni di evidente disagio; l'altra, quella degli operatori, che osserva una routine quotidiana lontana dalle emergenze descritte, seppur con le prevedibili difficoltà di un inserimento in un ambiente nuovo e condiviso con altri minori.
Lo stesso psichiatra Cantelmi, consulente della coppia, aveva in precedenza affermato, a seguito di un incontro con i genitori, che i bambini manifestavano rabbia e delusione attraverso “piccoli atti autolesionistici” e grida, descrivendoli come segnali inquietanti ma, a suo dire, “nulla di impressionante” -1-6. Tali affermazioni, però, non sembrano aver trovato una sponda nelle osservazioni condotte all'interno della struttura di Vasto, dove la quotidianità dei tre bambini viene monitorata costantemente. La discrepanza tra le relazioni degli assistenti sociali – che in passato avevano anche evidenziato un atteggiamento collaborativo dei genitori – e le denunce della difesa, che invece parla di una “progressiva esacerbazione” della condizione psicofisica dei minori, getta luce sulla complessità di un accertamento che non può prescindere da una valutazione peritale terza e approfondita, come quella già disposta e affidata alla consulente Simona Ceccoli, i cui lavori sono attesi come momento di verità processuale -1-8.
L’intreccio tra le accuse materne e le osservazioni degli operatori
La posizione di Catherine Birmingham, delineatasi attraverso i suoi sfoghi e le sue missive, appare quella di una madre che si sente inascoltata e che vede nei figli gli effetti devastanti di un allontanamento vissuto come una "prigione" -4. Nella lettera indirizzata alla tutrice Maria Luisa Palladino e alla curatrice Marika Bolognese, la donna australiana arriva a sostenere che le richieste di aiuto dei bambini sarebbero state “ignorate, liquidate, non credute” e che gli stessi adulti deputati alla loro protezione starebbero, di fatto, supportando un sistema che causa loro un “trauma costante” -2. Questa narrazione, incentrata sull’inadeguatezza della risposta istituzionale al disagio manifestato dai piccoli, si contrappone però alla documentazione prodotta dalla casa famiglia, che – stando a quanto emerso in udienza – non avrebbe registrato i gravi episodi di autolesionismo descritti dalla madre, ma piuttosto un percorso di socializzazione e di buona salute generale, elementi già menzionati nelle relazioni confluite nel fascicolo a dicembre -5. La stessa esistenza di questi rapporti positivi, per quanto non definitivi ai fini di una valutazione complessiva, contribuisce a creare una zona d'ombra sulla effettiva natura dei disagi lamentati.
Non va dimenticato, in questo complesso mosaico, che l’allontanamento dei bambini fu originariamente motivato da una serie di fattori, tra cui le condizioni abitative ritenute disagiate e una presunta mancanza di socializzazione e istruzione, aspetti che i genitori hanno tentato di confutare presentando una nuova sistemazione offerta loro da un imprenditore locale e documentazione sulle loro modalità di vita -3-7. In questo quadro, il contrasto sulle presunte condotte autolesioniste diventa un tassello aggiuntivo, se non decisivo, per comprendere se il distacco dalla famiglia stia producendo i danni paventati dalla difesa o se, al contrario, l'ambiente protetto stia offrendo ai bambini stimoli e cure adeguate, come sostengono gli operatori. L’esito delle perizie psicologiche, che coinvolgeranno sia i genitori che i minori, è atteso proprio per fare luce su queste opposte visioni, offrendo ai giudici una base scientifica su cui fondare le prossime, delicate decisioni circa il futuro dei tre fratelli e la possibilità di un loro ricongiungimento con i genitori.
Description: La vicenda della famiglia nel bosco si complica: le accuse della madre sugli atti di autolesionismo dei figli non trovano riscontro nelle relazioni della casa famiglia che li ospita. Il nodo delle perizie.




