Famiglia nel bosco, il consulente dei genitori parla di dolore dei bambini e la casa famiglia replica: “Mai impedito alla madre di vederli”
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
La battaglia legale per il futuro dei tre bambini della cosiddetta “famiglia nel bosco” si arricchisce di un nuovo, Corposo capitolo che porta la firma del neuropsichiatra Tonino Cantelmi, il quale ha messo nero su bianco, in una relazione tecnica allegata all’istanza di revoca del provvedimento di sospensione della responsabilità genitoriale, lo stato di sofferenza in cui versano i minori. Una documentazione, quella visionata dallo specialista, che lui stesso non ha esitato a definire “scioccante” nel corso di una dichiarazione all’ANSA, sottolineando come i bambini, da quasi tre mesi lontani dalla loro abitazione e dalla routine precedente, manifestino un malessere profondo e inequivocabile. Cantelmi, che ha selezionato otto foto digitali e due video a corredo dell’atto depositato presso il Tribunale dei minorenni, oltre ad aver allegato due disegni realizzati dai piccoli, ha voluto evidenziare quello che definisce un paradosso: per i servizi sociali, il dolore dei bambini sembrerebbe essere, a suo dire, del tutto invisibile -1.
La ricostruzione della casa famiglia e il nodo della porta chiusa
A fronte di queste accuse, che dipingono un quadro di separazione forzata e di conseguente trauma, la struttura che ospita madre e figli a Pescara ha diffuso un comunicato stampa dal taglio deciso per replicare punto su punto a quanto sostenuto dai legali della coppia anglo-australiana. La dirigenza della casa famiglia contesta con fermezza la narrazione secondo cui sarebbe stata preclusa a Catherine Birmingham la possibilità di incontrare i suoi figli, in particolare durante le ore notturne. L’elemento al centro della discordia, più volte menzionato dagli avvocati Marco Femminella e Danila Solinas come causa di “dolore” e di ulteriori “traumi” per i minori, è rappresentato da una porta che sarebbe stata chiusa a chiave per separare fisicamente i piani in cui vivono la donna e i bambini -2-5.
La replica della struttura, però, è stata netta e dettagliata: nessuna porta è mai stata chiusa a chiave con l’intento di tenere lontana la madre. Il comunicato spiega che l’accesso in questione, collocato tra il pianterreno e i piani superiori, è dotato di un maniglione antipanico che ne consente l’apertura dall’interno in ogni istante, rendendo di fatto impossibile una chiusura ermetica che possa segregare qualcuno. L’episodio in cui quel varco è stato effettivamente bloccato, avvenuto nel pomeriggio del 9 febbraio, viene giustificato dalla direzione come un provvedimento temporaneo e motivato esclusivamente da ragioni di sicurezza. In quella circostanza, stando a quanto si legge nella nota, i tre bambini, sfuggendo per un momento alla supervisione degli educatori, avevano iniziato a salire verso i piani alti, dove si trovano scale, finestre e terrazze non protette, con l’intenzione di raggiungere la madre. Un comportamento, questo, che avrebbe spinto il personale a intervenire per scongiurare potenziali rischi per la loro incolumità fisica -2-8.
Il quadro delle visite e le repliche sulle testimonianze
La casa famiglia, nella sua ricostruzione, ha inoltre tenuto a precisare come la dinamica degli incontri tra Catherine e i figli sia stata, nei fatti, molto più fluida di quanto sia stato raccontato in queste settimane. La donna, che occupa un alloggio al secondo piano della struttura, non solo non avrebbe mai trovato ostacoli nell’andare dai bambini, ma in diverse occasioni, anche recenti, sarebbe scesa a dormire con loro oppure li avrebbe portati nel suo appartamento per trascorrervi la notte. Una prassi, questa, che secondo la dirigenza smentirebbe le ricostruzioni giornalistiche e le dichiarazioni dei legali che parlavano di una separazione netta e di una porta chiusa a chiave durante le ore notturne -5-8.
Nello stesso comunicato, la fondazione che gestisce la casa di accoglienza ha voluto mettere un punto fermo anche riguardo ad alcune dichiarazioni rilasciate ai media da una donna presentatasi come ex operatrice della struttura. La signora in questione, che aveva paragonato la condizione di Catherine Birmingham a un regime detentivo paragonabile al 41-bis, è stata smentita seccamente dalla dirigenza: il suo rapporto di lavoro con la casa famiglia si sarebbe interrotto nel 2013, e da allora non avrebbe più avuto alcun tipo di frequentazione con l’ente, né come dipendente né come visitatrice. Una precisazione, questa, che arriva alla vigilia di una settimana che si preannuncia cruciale per la coppia, attesa per l’ultima seduta valutativa con gli psicologi del tribunale dopo che l’incontro precedente era stato interrotto a causa della fragilità emotiva manifestata dalla madre -2.




