Meloni apre a una missione a Hormuz ma solo «sotto l’egida Onu e dopo il cessate il fuoco»
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Redazione Esteri
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La telefonata con Keir Starmer, il primo ministro britannico, è servita a mettere nero su bianco una posizione che il governo italiano aveva già cominciato a delineare nei giorni precedenti, seppur con la consueta cautela che contraddistingue le crisi internazionali in cui sono in gioco flotte mercantili e idrocarburi. Giorgia Meloni ha confermato al leader laburista, che aveva chiesto un confronto diretto per sondare le disponibilità europee, la volontà di partecipare a una missione militare o paramilitare nello Stretto di Hormuz – quel sottile corridoio d’acqua tra Iran e Oman da cui passa, è bene ricordarlo, quasi un quinto del petrolio mondiale – ma a condizioni precise, tanto nette quanto politicamente difficili da negoziare in tempi brevi.
Il ruolo di Tajani e il vertice convocato da Londra
Sul tema, che ormai tiene banco nelle cancellerie da quando lo stretto è stato di fatto chiuso dalle autorità iraniane, si era già discusso ieri durante una riunione internazionale indetta dal Regno Unito. A rappresentare l’Italia c’era il ministro degli Esteri Antonio Tajani, il quale ha incontrato i propri omologhi di una quarantina di Paesi – un numero cospicuo che testimonia l’allarme globale – per cercare un’intesa operativa. Da quelle riunioni, e dalle successive verifiche bilaterali, è emerso un punto fermo della diplomazia italiana: nessuna iniziativa armata o di polizia navale potrà essere sostenuta da Roma se non incardinata in una cornice multilaterale chiara, e l’unica cornice ritenuta valida è quella delle Nazioni Unite. In sostanza, Tajani ha ribadito che un’eventuale missione di difesa dei traffici commerciali – che al momento ristagnano per l’interdizione selettiva imposta da Teheran – dovrà passare attraverso una risoluzione del Consiglio di sicurezza Onu, previa una tregua stabile tra le parti in conflitto.
Un conflitto che entra nella sesta settimana
Il contesto, va detto, è esplosivo: il mondo ha appena superato la sesta settimana del conflitto iniziato da Stati Uniti e Israele, un’operazione militare che ha visto Washington e Tel Aviv schierarsi contro l’Iran e i suoi alleati regionali, tra cui spiccano alcune milizie presenti in Iraq e Yemen. In questo quadro, lo Stretto di Hormuz è diventato un’arma strategica nelle mani di Teheran. I Guardiani della Rivoluzione, come noto da fonti di intelligence, hanno intensificato le pattuglie, fermato petroliere e imposto di fatto un blocco che, secondo gli analisti, potrebbe presto trasformarsi in un sistema di pedaggi forzati. E qui si innesta un paradosso economico: gli stessi Stati Uniti, che pure hanno raggiunto una maggiore autosufficienza energetica negli ultimi anni, continuano a importare attraverso quello stretto beni per 23 miliardi di dollari, tra gas e petrolio. Una cifra ragguardevole, ma impallidisce di fronte ai volumi asiatici.
I numeri della dipendenza asiatica (e non solo)
Secondo i dati elaborati da Sky TG24 nella puntata del 2 aprile 2026 della trasmissione “Numeri”, a pagare il conto più salato sono Cina e India: complessivamente, i due colossi demografici ed economici utilizzano quel tratto di mare per quasi 200 miliardi di dollari l’anno in idrocarburi. Una dipendenza che rende Pechino e Nuova Delhi particolarmente sensibili a qualsiasi tentativo di chiusura o rallentamento. Anche il Giappone e la Corea del Sud, pur con cifre inferiori, subirebbero contraccolpi immediati sui propri mercati energetici. L’Italia, al contrario, ha diversificato le proprie fonti di approvvigionamento dopo la crisi ucraina, ma una chiusura prolungata di Hormuz farebbe schizzare verso l’alto i prezzi del greggio, con effetti a catena su tutta l’economia europea.
Il diritto internazionale e la pressione incrociata
A complicare ulteriormente il quadro c’è lo stato di guerra che oppone l’Iran a Stati Uniti, Israele e ad altri nemici del Golfo, tra i quali vengono menzionati Qatar e Kuwait. Questa condizione bellica consente a Teheran – secondo una lettura estensiva del diritto bellico – di stabilire un’interdizione selettiva del transito, seppur in violazione di quanto previsto dall’articolo 38, paragrafo 2 della Convenzione Unclos, che garantisce il “passaggio in transito” attraverso gli stretti utilizzati per la navigazione internazionale. Lo status quo, insomma, appare tutt’altro che immutabile. Le iniziative si rincorrono e si intrecciano in un crescendo che appare confuso: c’è chi spinge per una scorta armata immediata, chi come l’Italia invoca prima la tregua e poi la missione Onu. Di certo, mentre i diplomatici parlano, le petroliere restano all’ancora o deviano su rotte più lunghe e costose, e il prezzo del barile continua a salire.




