Brexit, dieci anni dopo: il rimpianto dei giovani e una classe politica in crisi
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Redazione Esteri
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Il 23 giugno 2016 il popolo britannico si recò alle urne per un referendum che avrebbe cambiato per sempre il destino del Regno Unito e i suoi rapporti con il continente, e a dieci anni esatti da quella data il giudizio complessivo sull’operazione appare quantomeno contraddittorio, se non francamente negativo, soprattutto per una generazione che all’epoca dei fatti non aveva nemmeno diritto di voto, e che oggi si trova a fare i conti con un'eredità politica e sociale pesantissima.
Mentre i riflettori internazionali si accendono periodicamente sulle conseguenze economiche del divorzio da Bruxelles, è forse sul versante dell'opinione pubblica, e in particolare sulle nuove leve, che si gioca la partita più interessante per il futuro dell'isola; i sondaggi più recenti, raccolti e diffusi in occasione di questo decennale, dipingono infatti un quadro di netta inversione di tendenza rispetto al voto del 2016, con un rimpianto diffuso che attraversa trasversalmente gli schieramenti e che trova nei più giovani i suoi interpreti più convinti.
La Generazione Z dice addio alla Brexit e sogna il rientro
Secondo i dati diffusi in queste ore, il malcontento nei confronti della scelta compiuta dieci anni fa è particolarmente pronunciato tra i cittadini appartenenti alla Generazione Z; il 60% degli intervistati, infatti, dichiarerebbe oggi di voler riportare il Regno Unito all'interno dell'Unione Europea, mentre soltanto il 9% si dichiarerebbe favorevole a rimanere fuori, e il dato diventa ancora più significativo se si restringe il campo a coloro che si recherebbero certamente a votare in un ipotetico nuovo referendum.
In questo scenario, la percentuale di favorevoli al rientro schizzerebbe all'81%, lasciando al fronte dei sostenitori della Brexit un misero 19%, quasi un ribaltamento delle proporzioni che avevano caratterizzato la consultazione del 2016, quando il 51,9% dei votanti scelse di uscire contro il 48,1% che invece preferiva rimanere; un divario che non lascia spazio a interpretazioni ambigue e che testimonia come, a distanza di un decennio, il senso di appartenenza europea e la valutazione dei costi dell'isolamento siano profondamente cambiati, perlomeno tra i più giovani.
La crisi politica inglese si riflette sulla stabilità europea
Al di là delle mere rilevazioni statistiche, il decennale della Brexit offre anche lo spunto per una riflessione più ampia sul collasso di una classe dirigente, quella britannica, che fino a poco tempo fa veniva celebrata come modello di efficienza e che oggi, invece, appare sempre più frammentata e priva di una visione chiara per il futuro; gli osservatori più attenti, del resto, non possono fare a meno di notare come le turbolenze politiche che hanno attraversato il Regno Unito in questi anni, con una sequenza impressionante di premier che si sono succeduti a Downing Street, abbiano finito per avvicinare il sistema di Westminster a dinamiche tipiche della nostra penisola, quasi una sorta di "italianizzazione" della politica britannica.
Lo scontento generato dalla Brexit, secondo le analisi interne, ha finito per spaccare trasversalmente tanto il partito laburista quanto quello conservatore, producendo effetti sismici che vanno ben oltre il piano puramente economico; l'uscita dall'Unione, cioè, ha scavato un solco profondo che ha messo in discussione fedeltà partitiche consolidate e ha riallineato le appartenenze di classe, dimostrando come il referendum abbia rappresentato non solo una scelta di politica estera, ma un vero e proprio terremoto identitario, le cui scosse si fanno sentire ancora oggi con tutta la loro intensità.
Economia e immigrazione: un bilancio che continua a dividere
Il bilancio della Brexit, a dieci anni di distanza, non è tuttavia solo una faccenda di opinioni o di sondaggi, ma si declina anche in termini concreti, come la crescita economica e il flusso migratorio, due dossier su cui il dibattito resta acceso e polarizzato; se da un lato gli indicatori macroeconomici hanno mostrato un rallentamento rispetto alle proiezioni che erano state fatte prima del voto, dall'altro il fenomeno dell'immigrazione, che era stato uno dei cavalli di battaglia dei sostenitori dell'uscita, non ha subito la drastica riduzione promessa, anzi, in alcuni settori si sono registrati addirittura aumenti, rendendo il quadro complessivo ancora più contraddittorio e di difficile lettura.
Eppure, nonostante questi dati oggettivi e nonostante il rimpianto crescente manifestato dai cittadini più giovani, la prospettiva concreta di un secondo referendum e di un eventuale rientro appare al momento una strada in salita, se non del tutto impraticabile; nel corso delle Conversazioni del Corriere, il corrispondente da Londra Luigi Ippolito e l'editorialista Beppe Severgnini hanno discusso a lungo con i lettori proprio di questo punto, analizzando gli effetti del divorzio da Bruxelles sull'economia, l'immigrazione e la politica britannica, e sottolineando come la ferita della Brexit sia ancora aperta, senza che al momento si intravedano soluzioni facili o immediatamente percorribili.
Un'eredità pesante per un paese ancora diviso
A dieci anni dal voto, insomma, la Brexit rimane un tema divisivo e doloroso, capace di mobilitare le coscienze e di mettere a nudo le fragilità di un sistema politico che fatica a ritrovare un centro gravitazionale; e se i sondaggi ci dicono che le nuove generazioni guardano con favore a un ritorno in Europa, resta da capire quanto e come questo sentimento si tradurrà in pressione politica nei prossimi anni, in un paese che ha già consumato molte delle sue energie nel lungo e travagliato processo di uscita, e che ora cerca faticosamente di definire una nuova identità, da sola, oltre la Manica.
Le conseguenze della scelta del 2016, del resto, non possono essere ridotte a un semplice calcolo costi-benefici, ma investono la sfera più intima dell'appartenenza e del senso di comunità nazionale, e mentre gli inglesi si interrogano sul da farsi, l'Europa osserva con attenzione, perché la vicenda del Regno Unito rappresenta un monito potente su cosa significhi spezzare un'alleanza che ha garantito pace e prosperità per decenni, e perché, in fondo, i problemi di Londra sono anche un po' i problemi di tutti noi, in un continente che continua a cercare la sua strada tra sovranismi e istanze di integrazione.
Il decennale della Brexit, insomma, non è solo una ricorrenza da celebrare o da rimpiangere, ma un'occasione per fare i conti con una realtà che è cambiata profondamente, e che probabilmente cambierà ancora, spinta dal peso ineludibile delle nuove generazioni e dalla loro visione di un futuro da costruire, possibilmente, in comune con i vicini europei.




