Brexit, dieci anni dopo: il rimpianto degli inglesi e una ferita ancora aperta
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Redazione Esteri
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Il 23 giugno 2016 il Regno Unito votava per lasciare l'Unione europea. Un decennio dopo, quella che doveva essere una trionfale riconquista di sovranità si porta dietro un'eredità ben più complessa e amara. I dieci anni che ci separano da quel voto hanno visto susseguirsi ben sette primi ministri a Downing Street, turbolenze politiche e un'uscita di scena, l'ultima in ordine di tempo, quella del laburista Keir Starmer, avvenuta proprio alla vigilia dell'anniversario, segno che la Brexit continua a essere un'onda lunga capace di travolgere le carriere politiche.
L'entusiasmo iniziale si è trasformato in un diffuso senso di disillusione, fotografato da numerosi sondaggi che raccontano un Paese spaccato e in larga parte pentito di quella scelta.
Un bilancio economico e sociale deludente
A dieci anni di distanza, il bilancio tracciato da esperti e analisi economiche è inequivocabilmente negativo. Come sottolinea Federico Fabbrini, professore ordinario di diritto europeo alla Dublin City University e direttore del Brexit Institute, «a causa della Brexit i britannici sono oggi più poveri e più isolati». L'uscita dal mercato unico, il principale partner commerciale del Regno Unito, ha frenato la crescita, ridotto gli investimenti esteri e causato un aumento dell'inflazione, effetti solo in parte mitigati dalla pandemia e dalla guerra in Ucraina.
I dati macroeconomici confermano questa tendenza: uno studio del National Bureau of Economic Research ha stimato una riduzione del PIL britannico tra il 6 e l'8 per cento entro la fine del 2025, con un impatto negativo anche sugli investimenti e sull'occupazione. Un sondaggio di More in Common rivela che il 42 per cento dei britannici si sente finanziariamente peggiorato a causa della Brexit, con le famiglie a basso reddito a subire le conseguenze più pesanti.
La grande illusione e il paradosso dell'immigrazione
Le promesse dei sostenitori del Leave si sono spesso rivelate illusioni. La famosa promessa di reinvestire i contributi al bilancio UE nel Servizio sanitario nazionale si è infranta contro la realtà di un Paese che, per uscire dall'Unione, ha accettato di continuare a pagare contributi fino al 2064, per un totale di oltre 37 miliardi di sterline.
Allo stesso modo, uno degli obiettivi principali del voto, cioè la riduzione dell'immigrazione, si è trasformato nel suo esatto opposto: il controllo delle frontiere è diventato più stringente, ma l'immigrazione netta è aumentata, spinta soprattutto da cittadini extracomunitari.
La promessa di una «Global Britain» capace di prosperare autonomamente sulla scena internazionale, come spiega Fabbrini, si è rivelata un'illusione: «Global Britain evaporated like snow in the sun» e il Regno Unito è oggi un Paese di medie dimensioni che fatica a trovare il suo ruolo in un mondo sempre più dominato dalla forza.
Il pentimento diffuso dell'opinione pubblica
Il risultato più clamoroso di questo decennio è probabilmente il ribaltamento dell'opinione pubblica. Diversi sondaggi indicano che oggi solo un terzo dei britannici ritiene che la Brexit sia stata la decisione giusta, mentre la maggioranza esprime un chiaro rimpianto. Un'indagine dell'European Council on Foreign Relations ha rilevato che il 66 per cento dei britannici giudica negativamente l'uscita dall'UE, con tre quarti dell'elettorato che vorrebbe legami più stretti con l'Europa.
Questo fenomeno, definito "Bregret", è alimentato dalla percezione che la Brexit abbia peggiorato il costo della vita, le opportunità per i giovani e la gestione dell'immigrazione. C'è però un paradosso politico di non poco conto: nonostante il rimpianto diffuso e una maggioranza che si dice favorevole a un ritorno nell'UE, il partito di Nigel Farage, Reform UK, continua a macinare consensi.
La formazione, nata sulle ceneri del Brexit Party, è data in testa nei sondaggi nazionali, attingendo consenso proprio tra chi non si è pentito e anzi vede con favore una rottura ancora più netta con Bruxelles.
Un Paese ancora spaccato e un futuro incerto
A dieci anni dal voto, la Brexit si conferma una ferita ancora aperta per il Regno Unito, capace di spaccare famiglie e di influenzare comportamenti economici in modo duraturo. Le divisioni politiche sono profonde e la prospettiva di un riavvicinamento concreto all'UE appare complessa. L'articolo 50 del trattato consentirebbe tecnicamente una richiesta di rientro, ma la strada è irta di ostacoli politici, a partire dall'ostilità di partiti come Reform e dalle divisioni interne agli stessi Labour e Conservatori.
Gli esperti avvertono che per un possibile ritorno del Regno Unito nell'UE servirà ancora molto tempo, ma intanto i passi concreti compiuti da Londra, come il rientro nel programma Erasmus+ e in Horizon Europe, indicano una direzione opposta a quella del 2016, verso una nuova, seppur timida, fase di cooperazione.




