Hasenhüttl, l’hantavirus e quella polvere maledetta: due settimane tra la vita e la morte
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Redazione Scienza e Tecnologia
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Ralph Hasenhüttl, oggi tecnico cinquantottenne senza panchina dopo l’esonero al Wolfsburg, non è soltanto l’uomo che un tempo veniva paragonato a Jürgen Klopp per intensità e controfuego; è anche, e forse soprattutto, una delle poche persone ad aver accettato di raccontare in pubblico il proprio calvario con l’hantavirus. Contagiato nell’estate del 2012, mentre sedeva sulla panchina dell’Aalen in Germania – reduce peraltro da una promozione in 2. Bundesliga –, l’austriaco scoprì a sue spese come un gesto banale come pulire una terrazza potesse trasformarsi in una condanna. Respirò polvere contaminata, e da lì iniziò l’incubo.
Dai dolori alla terapia intensiva: «Ogni giorno mi chiedevo se ce l’avrei fatta»
Non fu un malessere immediato, tant’è che i sintomi – come lui stesso avrebbe chiarito – si manifestarono solo dopo due o tre settimane. Il primo segnale fu un dolore lancinante alla schiena, presto accompagnato da una sensazione di «ago conficcato nella testa». Poi il dramma si fece sistemico: gli organi iniziarono a gonfiarsi, fegato e reni finirono sotto pressione, e il trasferimento in terapia intensiva divenne inevitabile. «Sono state le due settimane peggiori della mia vita», avrebbe raccontato in seguito, senza mai cedere a facili retoriche. «Stavo pulendo il terrazzo, così presi l’hantavirus. I dolori? Non resta che sperare di sopravvivere». Un racconto scabro, privo di abbellimenti, che restituisce la fragilità biologica di un uomo pur abituato agli stress del calcio professionistico.
L’attualità della sua vicenda: il focolaio sulla nave “Mv Hondius”
La storia di Hasenhüttl è tornata prepotentemente d’attualità non per un ritorno in panchina, ma per un’altra emergenza sanitaria. Un focolaio di hantavirus è esploso sulla nave da crociera Mv Hondius, partita il primo aprile dal Sud America con destinazione Capo Verde, e l’evacuazione a Tenerife ha fatto registrare tre morti e numerosi casi sospetti. In quel contesto, il racconto del tecnico austriaco – che nel 2012 lottò tra la vita e la morte per due settimane – ha riacquistato una concretezza quasi didattica. Nessun allarmismo, ma un fatto: virus trasmessi da roditori, polvere contaminata e vie respiratorie diventano un’arma silenziosa.
Dalla promozione con l’Aalen all’incubo: un ex attaccante senza retorica
Hasenhüttl, ex attaccante e poi guida tecnica capace di portare l’Aalen in seconda serie, non ha mai utilizzato la propria malattia per costruirsi un’aura eroica. Ne ha parlato con distanza, quasi con lo stesso pragmatismo con cui leggeva le partite dalla fascia. «I sintomi compaiono dopo due-tre settimane», ripeteva, quasi a voler mettere in guardia chiunque sottovaluti la polvere che si alza spazzando un angolo di casa. E quella polvere, nel 2012, lo portò in terapia intensiva senza preavviso. La sua non è una lezione di vita, bensì una traccia giudiziaria della natura: nessun colpevole umano, nessuna negligenza dimostrata, solo un incontro fatale tra un uomo e un virus endemico in alcune regioni europee.




