La morte di Ratko Mladic, tra cerimonie ufficiali e gelo dell’Unione europea

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Le spoglie di Ratko Mladić, ex comandante militare dei serbi di Bosnia e condannato all’ergastolo dal Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia, sono arrivate ieri in Serbia con un volo di stato, e già si attende per lunedì la cerimonia funebre che, secondo le previsioni del presidente Aleksandar Vučić, potrebbe richiamare decine di migliaia di persone.

L’uomo, morto il 27 agosto all’età di 84 anni in una struttura detentiva dell’Aja dove scontava la pena per genocidio, crimini contro l’umanità e violazioni delle leggi di guerra, tra cui il massacro di Srebrenica e il lungo assedio di Sarajevo, è stato trasportato a Belgrado in un clima politico tutt’altro che disteso, con il governo serbo che si trova ora a dover gestire le reazioni contrapposte tra la mobilitazione popolare dei nostalgici e le pressioni internazionali.

Il nodo del funerale e la posizione di Vučić

Il presidente serbo Aleksandar Vučić, che in passato aveva più volte criticato il Tribunale dell’Aja per non aver accolto le richieste di consentire a Mladić, già gravemente malato, di trascorrere gli ultimi giorni in patria, ha tenuto a precisare che l’organizzazione delle esequie spetta esclusivamente alla famiglia del defunto, e non alle istituzioni statali.

Alla domanda dei cronisti sulla sua eventuale presenza alla cerimonia, il capo di Stato ha risposto che non potrà partecipare, poiché lunedì e martedì sarà impegnato con una visita ufficiale del presidente dell’Uzbekistan, un appuntamento programmato da quattro mesi che lo terrà lontano dai funerali.

Nel frattempo, a Belgrado sono già state organizzate manifestazioni e iniziative in sua memoria, mentre domani è prevista una cerimonia di commemorazione militare che anticipa il rito funebre di lunedì, e Vučić stesso ha dichiarato che garantire l’ordine pubblico con un’affluenza stimata in decine di migliaia di persone rappresenterà una sfida logistica e di sicurezza per le autorità locali.

La reazione di Bruxelles e il rinvio della visita di Marta Kos

La morte di Mladić e il trattamento riservato alla sua salma hanno innescato una presa di posizione netta da parte dell’Unione europea, con la commissaria per l’Allargamento Marta Kos che ha annunciato su X la decisione di rinviare la visita programmata in Serbia, motivando la scelta con il fatto che "la glorificazione che accompagna la morte di Ratko Mladić è incompatibile con i valori su cui si fonda il percorso di integrazione nell’UE".

La dichiarazione arriva nel giorno stesso in cui il governo serbo ha accolto la salma con onori riservati a un capo militare, e si inserisce in un quadro di crescenti tensioni con Bruxelles, dove alti funzionari comunitari hanno già avvertito Belgrado che il funerale del criminale di guerra rappresenterà "un test molto importante" per le prospettive di adesione e per il futuro cammino europeo del paese balcanico.

Il peso politico e giudiziario di una morte annunciata

Mladić, condannato in via definitiva per il ruolo chiave nel genocidio di oltre 8.000 musulmani bosniaci a Srebrenica nel 1995 e per il soffocante assedio di Sarajevo che causò migliaia di vittime civili, era stato arrestato nel 2011 dopo anni di latitanza e processato dall’Aja, dove la sentenza d’appello del 2021 aveva confermato l’ergastolo come pena massima.

La sua morte in custodia, avvenuta in una struttura dell’Onu, ha riaperto le ferite della guerra jugoslava e riacceso il dibattito interno a una Serbia divisa tra chi lo considera un eroe nazionale e chi invece non dimentica i crimini commessi sotto il suo comando; e mentre il presidente Vučić cerca di tenere una linea ambigua, evitando di partecipare al rito ma al tempo stesso concedendo il volo di stato e lasciando spazio alle celebrazioni popolari, l’Europa osserva con attenzione e non nasconde il proprio disappunto, tanto che il rinvio della visita della commissaria Kos appare il segnale

Più concreto di una freddezza diplomatica destinata a pesare sulle già difficili trattative per l’ingresso di Belgrado nell’Unione.

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