I funerali di Stato per Mladic dividono la Serbia: folla e polemiche a Belgrado

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La morte di Ratko Mladic, l'ex generale serbo-bosniaco condannato all'ergastolo per genocidio e crimini contro l'umanità, continua a gettare un'ombra lunga e inquietante sulla Serbia e sui Balcani. A distanza di pochi giorni dal decesso, avvenuto il 27 agosto all'Aja mentre scontava la pena, la sua salma è stata tumulata con gli onori militari e di Stato a Belgrado, in una cerimonia che ha attirato migliaia di persone ma che ha anche riacceso aspre polemiche politiche e morali, sia all'interno del paese che a livello internazionale.

L'evento, coreografato tra riti religiosi e simboli nazionalisti, ha messo in luce le profonde e irrisolte fratture della società serba riguardo al proprio passato recente, trasformando il funerale di un condannato per i crimini più efferati dalla seconda guerra mondiale in un palcoscenico per una narrazione storica alternativa e fortemente divisiva.

Un funerale da eroe tra folla e autorità

La cerimonia funebre si è svolta nella chiesa di San Luca Apostolo a Belgrado, dove la bara di Mladic, coperta da una bandiera serba e sormontata dal suo berretto da generale e dalla sciabola d'onore, è stata esposta per cinque ore nella camera ardente. Secondo le stime della polizia e dei media filo-governativi, almeno 8.000 persone si sono radunate all'esterno del luogo di culto e lungo il corteo che ha poi trasportato il feretro al cimitero di Topčider, dove Mladic è stato sepolto accanto alla tomba della figlia Ana, morta suicida nel 1994.

La folla, composta da ex combattenti, sostenitori e persone di ogni età, ha sventolato bandiere serbe e striscioni con l'effigie del generale, mentre un picchetto d'onore di militari rendeva gli onori. La partecipazione non si è limitata alla popolazione: tra i presenti figuravano diversi ministri del governo serbo, tra cui il ministro della Giustizia Nenad Vujić e il ministro della Cultura Nikola Selaković, oltre all'ambasciatore russo Aleksandr Botsan-Kharchenko e all'ex presidente della Republika Srpska Milorad Dodik.

Il presidente serbo Aleksandar Vučić, invece, ha scelto di non partecipare ufficialmente alla cerimonia, una scelta che è stata letta da molti come un tentativo di tenere una posizione ambigua, tra l'omaggio implicito e la necessità di non compromettere del tutto le ambizioni europeiste del paese.

L'Unione Europea, che aveva più volte messo in guardia Belgrado contro la "glorificazione di criminali di guerra", ha espresso il proprio biasimo per un evento che ha definito incompatibile con i valori del percorso di adesione all'UE, tanto che la commissaria per l'allargamento Marta Kos ha annullato una visita prevista in Serbia.

Il patriarca benedice e il governo si spacca

Un ruolo centrale nella narrazione del funerale è stato giocato dalla Chiesa ortodossa serba, con il patriarca Porfirije che ha officiato la cerimonia e tenuto un'omelia che ha suscitato forti reazioni. Definendo Mladic "un cristiano ortodosso e un soldato serbo", il patriarca ha affermato che il suo nome "resterà profondamente impresso nella memoria della maggior parte del popolo serbo", aggiungendo che il giudizio definitivo sulla sua figura spetta al tempo, alla storia e, soprattutto, al "giudizio divino".

Queste parole, che di fatto hanno legittimato la figura del generale e messo in discussione le sentenze dei "tribunali umani", sono apparse come una benedizione ufficiale a una figura condannata per il genocidio di Srebrenica, il più grave massacro in Europa dopo la Seconda guerra mondiale, con oltre 8.000 musulmani bosniaci uccisi. A queste dichiarazioni si sono immediatamente contrapposte le voci di chi, come l'avvocato e attivista Vlatko Sekulović, ha visto nella partecipazione inferiore alle attese (si attendevano fino a 80.000 persone) un "messaggio preciso al premier Vucic" e un segnale che la "manipolazione emotiva" del potere non ha funzionato. Sekulović ha sottolineato come il popolo serbo sia "poco disposto a identificarsi in una figura come Mladic, che è Storia vecchia di 30 anni". Lo stesso avvocato ha però aggiunto un monito: "Il popolo serbo ha rimosso Mladic, ma non riusciamo a fare i conti con il passato".

Il peso di Srebrenica e la memoria contesa

La sepoltura con onori di Stato di Ratko Mladic riapre una ferita profonda e ancora sanguinante nella storia dei Balcani. La sua figura, responsabile dell'assedio di Sarajevo e del massacro di Srebrenica, rimane un simbolo della pulizia etnica e della violenza che ha dilaniato la ex Jugoslavia. La condanna all'ergastolo, confermata in appello nel 2021, aveva rappresentato un momento storico per la giustizia internazionale, sancendo la responsabilità individuale per i crimini più atroci.

Eppure, per una parte consistente della popolazione serba e per le sue istituzioni, Mladic è ancora percepito come un eroe nazionale, un protettore del popolo serbo, una percezione che il funerale di Stato ha di fatto ufficializzato e celebrato. Questo paradosso, evidente nella partecipazione di ministri del governo e nell'omelia del capo della Chiesa ortodossa, mostra quanto sia difficile, per il paese, intraprendere un serio e condiviso percorso di riconciliazione con il proprio passato.

La decisione di organizzare funerali con gli onori militari, annunciata dal ministro della Giustizia subito dopo la morte di Mladic, non è stata solo un atto dovuto al suo rango, ma una chiara scelta politica. Una scelta che, come hanno evidenziato le critiche dell'UE e le parole di Sekulović, rischia di isolare ulteriormente la Serbia sulla scena internazionale e di consolidare una narrazione storica che nega l'evidenza dei crimini commessi, alimentando divisioni e rivendicazioni nazionaliste.

L'ennesima prova mancata per il governo Vučić

Il funerale di Mladic si è così trasformato in un banco di prova politica per il governo di Aleksandar Vučić, chiamato a gestire le spinte contrapposte del proprio elettorato nazionalista e delle pressioni dell'Occidente. Se da un lato la partecipazione di folla e ministri ha soddisfatto la base più radicale, dall'altro l'assenza del presidente e il numero di partecipanti, inferiore alle attese, rivelano forse una certa cautela o persino un calo di consenso attorno a una retorica che, per molti, appartiene ormai a un'altra epoca.

La scelta di concedere onori di Stato a un uomo condannato per genocidio ha allontanato ulteriormente Belgrado da Bruxelles, in un momento cruciale per i negoziati di adesione all'UE, e ha offerto un'immagine del paese spaccato e in bilico tra il culto dei propri criminali di guerra e l'aspirazione a un futuro europeo.

L'ombra di Mladic, e di tutto ciò che rappresenta, continuerà a pesare sulla Serbia, mettendo a nudo l'incapacità di fare i conti con un passato che, come ha osservato Sekulović, non è stato ancora elaborato e che rischia di condizionare il suo cammino per molti anni a venire.

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