Il caso Mladic, l’ultimo saluto tra onori di Stato e condanna dell’Aja

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo
ESTERI Preferisci Informazione.News su Google

Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La salma di Ratko Mladic, l’ex generale serbo-bosniaco condannato all’ergastolo per genocidio dal Tribunale penale internazionale per l’ex-Jugoslavia, è stata tumulata lunedì a Belgrado al termine di una cerimonia funebre che ha assunto i contorni di un vero e proprio evento di Stato.

Nonostante la condanna definitiva per i crimini commessi durante la guerra in Bosnia, tra cui il massacro di Srebrenica, migliaia di cittadini hanno affollato le strade della capitale serba per rendere omaggio a quello che molti ancora considerano un eroe nazionale, sfidando di fatto le raccomandazioni dell’Unione Europea che aveva esortato le autorità locali a evitare qualsiasi forma di glorificazione del condannato.

La presenza di tre ministri del governo serbo e di una guardia d’onore militare ha inevitabilmente innalzato il livello di tensione politica, riaccendendo il dibattito sul rapporto non risolto che la Serbia intrattiene con il proprio passato bellico e con le figure dei comandanti coinvolti nei conflitti jugoslavi.

Un esercizio di equilibrismo tra istituzioni e piazza

Quello che è andato in scena lunedì nella capitale serba è stato un delicato esercizio di equilibrismo istituzionale, con il governo di Belgrado chiamato a destreggiarsi tra le pressioni internazionali e la spinta emotiva proveniente da una fetta consistente dell’opinione pubblica interna.

Da un lato, la compagine governativa ha cercato di mantenere una distanza formale dalla figura di Mladic, consapevole che la condanna per genocidio rappresenta un macigno giudiziario difficilmente compatibile con gli onori riservati a un capo di Stato; dall’altro lato, però, l’esecutivo non ha rinunciato alla solennità di una cerimonia religiosa officiata dal patriarca della Chiesa ortodossa serba, alla quale hanno partecipato esponenti di primo piano della compagine ministeriale.

La bara del generale, esposta all’interno di una chiesa di Belgrado, è stata vegliata per diverse ore da un picchetto d’onore composto da sei uomini, in prevalenza veterani di guerra provenienti sia dalla Serbia che dalla Bosnia, mentre all’esterno la folla si è radunata sin dalle prime luci dell’alba per tributare l’ultimo saluto a colui che viene descritto come il "comandante" della resistenza serba durante il conflitto.

Le voci dei sostenitori e il simbolismo della presenza infantile

Tra i presenti al corteo funebre e alla successiva tumulazione nel cimitero di Belgrado, sono emerse testimonianze che restituiscono l’intensità del sentimento popolare nei confronti di Mladic, nonostante il verdetto del tribunale dell’Aja lo abbia dipinto come il principale artefice delle politiche di pulizia etnica nei territori bosniaci.

Molti dei partecipanti sono arrivati nella capitale serba dopo aver percorso centinaia di chilometri, come nel caso di un gruppo di serbi bosniaci provenienti da Kalinovik, il paese natale del generale, che hanno dichiarato di essersi messi in viaggio all’alba per rendere omaggio a un concittadino che, a loro dire, rende orgogliosa l’intera comunità di origine.

La presenza di un bambino di dieci anni, portato al funerale dal padre il quale ha riferito che il figlio aveva espresso la ferma volontà di esserci, ha aggiunto un ulteriore strato simbolico a una cerimonia che è apparsa, agli occhi degli osservatori internazionali, come un tentativo di trasmettere alle nuove generazioni un’eredità storica segnata da rivendicazioni nazionaliste e da un profondo senso di sfida nei confronti della giustizia internazionale.

Le parole pronunciate dai familiari e dai compagni d’arme hanno costantemente ribadito la figura del generale come difensore della patria serba, una narrazione che si scontra in maniera frontale con le conclusioni della magistratura internazionale e con i moniti giunti dalla comunità diplomatica europea.

Le reazioni europee e il monito alla Serbia

La cerimonia ha immediatamente innescato una reazione critica da parte dell’Unione Europea, che aveva preventivamente avvertito la Serbia del rischio connesso alla glorificazione pubblica di un criminale di guerra condannato, in un momento storico in cui i Balcani occidentali restano un’area strategica per la stabilità del continente.

Il governo di Belgrado si è trovato così a dover gestire le ricadute politiche di una celebrazione che, seppur non organizzata direttamente dalle istituzioni centrali, ha beneficiato della partecipazione di rappresentanti ministeriali e della concessione di onorificenze militari, elementi che di fatto hanno conferito alla funzione un carattere semi-ufficiale.

Le critiche non si sono fatte attendere nemmeno all’interno del paese, dove le associazioni delle vittime della guerra e le forze politiche di orientamento filo-europeo hanno denunciato l’ambiguità di un atteggiamento che rischia di isolare ulteriormente la Serbia nel contesto internazionale, minando i progressi compiuti nel percorso di avvicinamento all’Europa.

La salma del generale, deceduto la scorsa settimana presso la sede del Tribunale dell’Aja dove stava scontando la pena perpetua, è stata così al centro di una giornata che ha diviso l’opinione pubblica tra chi vede in Mladic un martire della causa serba e chi, invece, non può dimenticare le migliaia di vittime civili rimaste sul campo a seguito delle sue azioni militari, in particolare durante l’assedio di Sarajevo e la strage di Srebrenica.

Puoi riutilizzare questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.