Il caso Almasri e il deferimento dell’Aja: l’Italia ora gioca d’anticipo tra silenzi e trattative
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Redazione Interno
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La Corte penale internazionale ha smesso di aspettare. Ieri, con un atto formale che pochi osservatori avevano previsto così perentorio, l’organismo giudiziario con sede all’Aja ha ufficialmente deferito l’Italia all’Assemblea degli Stati aderenti allo Statuto di Roma. Il motivo, almeno sulla carta, è di quelli che non ammettono mezze misure: «inadempienza a una richiesta di cooperazione». Sullo sfondo, come ormai noto, c’è la vicenda di Osama Almasri, il generale libico arrestato a Torino il 19 gennaio del 2025 e poi rilasciato soltanto due giorni più tardi – nonostante un mandato di cattura internazionale pendesse sulla sua testa per crimini di guerra e contro l’umanità.
Non è uno scandalo di costume, per quanto si sia tentato di raccontarlo, né un semplice incidente diplomatico. Il governo Meloni, va ricordato, ha rimpatriato Almasri su un aereo di Stato, senza informare preventivamente la Corte. Una scelta che, a distanza di mesi, produce oggi il suo primo contraccolpo ufficiale: il deferimento non è una sanzione pecuniaria, né un richiamo burocratico, bensì un atto politico dal peso specifico notevole. Mette in discussione, in fondo, l’affidabilità internazionale del Paese, paradossalmente quello che ospita nella propria capitale il trattato fondativo della stessa Corte.
Il nodo della cooperazione e la procedura all’Assemblea
La procedura avviata dall’Aja segue un percorso preciso, che approderà ora a New York. Dal 7 al 17 dicembre prossimi, infatti, il «caso Almasri» comparirà al punto 21 dell’agenda dell’Assemblea degli Stati parte della CPI. È lì, tra i grattacieli di Manhattan, che verranno discussi i casi di «non cooperazione». L’Italia dovrà rispondere di due fatti specifici: il mancato arresto del generale libico – accusato di torture, lo ricordiamo – e la successiva riconsegna alla Libia, avvenuta senza che la Corte fosse messa nelle condizioni di opporsi.
Non si tratta di una messa in stato d’accusa penale, sia chiaro. È piuttosto una procedura politica, ma con conseguenze diplomatiche pesanti. Nessun giudice siederà a pronunciare una condanna; l’Assemblea potrà invece adottare raccomandazioni o, nei casi più gravi, dichiarare la violazione degli obblighi previsti dallo Statuto di Roma. E qui il governo italiano prova adesso a trattare, cercando di limitare i danni di una vicenda che arriva in un momento già complesso per i rapporti con le istituzioni sovranazionali.
Un torturatore rimpatriato senza avvisare la Corte
La sequenza dei fatti è ormai cronaca consolidata. Il 19 gennaio 2025, a Torino, le autorità italiane arrestano Njeem Osama Almasri Habish. Due giorni dopo, senza che la Corte penale internazionale venisse informata, quell’uomo è già su un volo di Stato diretto in Libia. E non era un cittadino qualunque, bensì un generale accusato di crimini contro l’umanità. La decisione di rimpatriarlo, sottraendolo di fatto alla giustizia internazionale, ha innescato una reazione che l’Aja non ha mai voluto archiviare.
Oggi, con il deferimento ufficiale, quella reazione diventa formale. L’Italia non è chiamata a comparire come imputata, ma come Stato inadempiente. E la differenza è sostanziale, perché l’Assemblea degli Stati Parte non ha poteri giudiziari, ma può infliggere una ferita all’immagine del Paese difficile da rimarginare in sede diplomatica. Alcuni osservatori, peraltro, avevano già anticipato mesi fa questa possibilità; ora che è realtà, il governo cerca di tessere una tela di trattative per evitare che il punto 21 dell’agenda newyorkese si trasformi in una pubblica messa alla berlina.
I margini di una trattativa e il peso dello Statuto di Roma
La diplomazia italiana, in queste ore, sta sondando i margini di un’intesa informale prima dell’appuntamento di dicembre. L’idea, trapelata da fonti vicine al ministero degli Esteri, è quella di presentare elementi che possano attenuare la durezza del deferimento – magari dimostrando che non vi fu malafede, bensì una valutazione errata della priorità tra norme interne e obblighi internazionali. Ma lo Statuto di Roma, che pure porta il nome della capitale italiana, è chiaro: la cooperazione con la Corte non ammette deroghe discrezionali.
Trump, va ricordato, è di nuovo presidente degli Stati Uniti. E il suo ritorno alla Casa Bianca complica ulteriormente lo scenario, perché Washington non ha mai avuto un rapporto semplice con l’Aja. L’Italia, in questo quadro, rischia di restare schiacciata tra due fuochi: da un lato le richieste della Corte, dall’altro la necessità di non urtare la sensibilità di un’amministrazione americana poco incline al multilateralismo giudiziario. Nessuna speculazione, però, su possibili sviluppi; per ora, i fatti dicono che il deferimento è stato notificato e che il governo ha aperto un canale informale di confronto con l’Assemblea.
L’affidabilità internazionale sul banco di prova
Ciò che emerge con chiarezza, al di là delle dichiarazioni di rito, è la messa in discussione dell’affidabilità internazionale del Paese. Non è un dettaglio da poco, perché la fiducia tra Stati e Corti sovranazionali si costruisce in decenni e si incrina in pochi atti. Il mancato arresto di Almasri – o meglio, l’arresto seguito da un rilascio fulmineo – rappresenta per l’Aja un precedente pericoloso: se un membro fondatore dello Statuto di Roma disattende le richieste di cooperazione, altri potrebbero sentirsi autorizzati a fare altrettanto. Ecco perché il deferimento ha un valore che trascende il singolo caso. L’Italia ora prova a trattare, ma lo fa con il fiato corto, consapevole che a dicembre, a New York, non sarà solo l’operato del governo a essere giudicato, ma l’intera coerenza del sistema di giustizia penale internazionale.




