Caso Almasri, l’Italia ora prova a trattare dopo il deferimento dell’Aja
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
La Corte penale internazionale ha ufficialmente compiuto il suo passo, e non è stato certo un passo indietro. Ieri, dall’Aja, è arrivata la decisione di deferire l’Italia all’Assemblea degli Stati che aderiscono allo Statuto di Roma, con l’accusa – pesante, per uno dei membri fondatori – di «inadempienza a una richiesta di cooperazione». Il nodo, com’è noto, resta sempre lo stesso: il generale libico Osama Almasri, quello fermato a Torino il 19 gennaio del 2025 e poi rimesso in libertà appena due giorni dopo, il 21. Peccato che dall’Aja lo cercassero per crimini di guerra e contro l’umanità, e che il volo di Stato che lo ha riportato a Tripoli abbia di fatto cancellato ogni possibilità di un’estradizione.
Il rinvio all’Assemblea e la mossa del governo
A questo punto, il governo guidato da Meloni – con Trump tornato alla Casa Bianca e quindi uno scenario internazionale ancora più ingarbugliato – ha deciso di cambiare registro. Nessuna proclama, nessuna uscita a reti unificate: si tratta, piuttosto, di un tentativo negoziale a bassa voce, tutto giocato nei corridoi del Palazzo di Vetro a New York. È lì, infatti, che si terrà la prossima sessione dell’Assemblea degli Stati Parte della Cpi, in calendario dal 7 al 17 dicembre. In quell’intervallo di tempo, e precisamente al punto 21 dell’ordine del giorno, il dossier Italia-Almasri verrà esaminato. E l’Italia, che pure aveva provato a sollevare un conflitto di attribuzione per blindare il procuratore Bartolozzi – richiesta su cui i pm hanno chiesto l’avvio del processo –, ora si trova a dover trattare da posizione oggettivamente indebolita.
La resa dei conti a Manhattan
Sarà una resa dei conti, quella che si consuma tra i grattacieli di Manhattan, senza troppi giri di parole. L’Assemblea dovrà valutare se il comportamento italiano sia stato o meno una violazione dello Statuto di Roma, e le conseguenze potrebbero andare dalla semplice censura a misure più gravose per la reputazione internazionale del nostro paese. I legali del governo, in queste settimane, hanno lavorato a una linea difensiva che non nega il rientro di Almasri – quello sarebbe impossibile – ma cerca di qualificarlo come un atto dovuto a ragioni di sicurezza nazionale o a presunti accordi bilaterali con la Libia. La Corte, però, ha già messo nero su bianco che la richiesta di cooperazione era chiara, tempestiva e vincolante. E il fatto che il generale fosse accusato di torture – circostanza emersa anche da testimonianze raccolte dalle stesse organizzazioni internazionali – rende il caso politicamente esplosivo.
Le inchieste giudiziarie e il silenzio dell’esecutivo
Sul fronte interno, intanto, le inchieste proseguono senza che dall’esecutivo arrivi alcuna smentita formale sui singoli passaggi operativi: chi diede l’ordine di non trattenere Almasri? E perché il volo di Stato partì con tale rapidità, eludendo qualsiasi interlocuzione con l’Aja? I magistrati torinesi hanno già acquisito documenti e registri di volo, e si mormora che tra i fascicoli ci siano anche messaggi scambiati tra i vertici dei servizi. Nessun nome, nessuna indiscrezione ufficiale: solo la consapevolezza che il deferimento alla Cpi non è una sanzione automatica, ma l’inizio di un procedimento che potrebbe portare l’Italia a essere dichiarata formalmente inadempiente. Per evitare questo esito, il governo punta a un accordo extragiudiziale: una sorta di “piano di rimedio” che preveda garanzie scritte sul rispetto futuro dei mandati di cattura internazionali. Se l’Assemblea accetterà, il caso si chiuderà con una lavata di capo. In caso contrario, si andrà verso una condanna che peserà come un macigno sui rapporti tra Roma e l’Aja.




