Quanti sono, in realtà, gli evasori totali del fisco
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Redazione Economia
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L’intervento di Vincenzo Carbone, direttore dell’Agenzia delle Entrate e della Riscossione, ha portato all’attenzione un dato che, se da un lato incoraggia, dall’altro costringe a una riflessione più profonda. I record di recupero dell’evasione, che toccheranno probabilmente i 35 miliardi nel 2025, dimostrano infatti che un’amministrazione efficiente può ridurre concretamente quel tax gap stimato intorno ai 100 miliardi, una cifra mastodontica che corrisponde a quattro manovre finanziarie di ampio respiro. Se il trend venisse mantenuto, come del resto certifica l’Ufficio Parlamentare di Bilancio, gli effetti sul rientro del debito e sulla crescita del prodotto interno lordo sarebbero tangibili, offrendo finalmente ossigeno ai conti pubblici. Questi risultati, ineccepibili sul piano tecnico, rischiano però di dipingere un quadro parziale, se non addirittura fuorviante, rispetto alla reale consistenza del fenomeno evasivo nel paese.
Le strategie tra compliance e accertamento
Il nuovo Piano Integrato di Attività e Organizzazione per il triennio 2026-2028, pubblicato il 4 febbraio, svela le carte di una strategia articolata che combina strumenti tradizionali e moderne tecnologie. Da una parte, infatti, prosegue l’invio massiccio di lettere di compliance, che solo nell’ultimo anno hanno superato i 2,4 milioni, uno strumento di sollecito automatizzato che punta a correggere spontaneamente le irregolarità. Dall’altra, non viene meno l’attività di accertamento vero e proprio, con verifiche mirate sulle dichiarazioni dei redditi e sulle liquidazioni periodiche dell’Iva, senza trascurare il controllo degli atti del registro, che complessivamente hanno portato al recupero di 11 miliardi di euro lo scorso anno. Questo approccio duplice, che mescola la via persuasiva a quella impositiva, cerca di adattarsi alla complessità di un’economia dove le vie per l’elusione si moltiplicano.
L’efficacia dei controlli automatizzati
Un’analisi comparata tra il nuovo Piao e il precedente, tuttavia, rivela un paradosso significativo. L’aumento costante dei controlli automatizzati, che hanno passato al setaccio 54 milioni di dichiarazioni nel 2025 contro i 50 milioni dell’anno prima, non si è tradotto, come ci si aspetterebbe, in un incremento proporzionale degli incassi. Ciò solleva interrogativi non banali sull’effettiva capacità di penetrazione di questi strumenti, i quali, pur essendo fondamentali per gestire volumi enormi di dati, potrebbero non riuscire a scovare le forme di evasione più sofisticate o quelle che si nascondono nell’economia sommersa. Il rischio, in altre parole, è che si finisca per pescare sempre nella stessa zona dello stagno, catturando i contribuenti meno abili o quelli già emersi dal sommerso, mentre i cosiddetti “evasori totali” restino al di fuori del perimetro di osservazione.
Il nodo della pianta organica
A complicare ulteriormente il quadro operativo dell’Agenzia si aggiunge una questione strutturale, ovvero la carenza di personale, che si attesta su circa seimila unità al di sotto della pianta organica prevista. Questo deficit cronico, che limita fortemente la possibilità di condurre verifiche approfondite e mirate sul territorio, rappresenta un vulnus nella strategia complessiva. Mentre gli algoritmi scandagliano milioni di posizioni, l’assenza di uomini e donne sul campo può lasciare scoperte intere aree dell’economia, dove l’evasione si alimenta attraverso circuiti opachi che sfuggono al controllo digitale. La sfida, quindi, non è solo tecnologica ma anche organizzativa, richiedendo un bilanciamento tra l’efficienza dei sistemi informatici e l’intelligenza investigativa del personale, un equilibrio delicato per colmare quel gap che, nonostante i successi dichiarati, continua a pesare come un macigno sulla fiscalità nazionale.




