Spacciatore di speranza o venditore di carità: l’ambigua metamorfosi di Fedez
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Redazione Salute
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Per comprendere l’animale mediatico che risponde al nome di Fedez, forse – e non è un paradosso – bisognerebbe partire da un presupposto teologico: speranza e carità. Ai tempi del tamarro rap periferico, il marchio di fabbrica era una rozzezza tutto sommato sincera, sostituita poi, nel corso di una scalata sociale vertiginosa, da una più comoda veste da principe venale delle cause Lgbt. Allora il matrimonio (quello contrattuale, beninteso, non quello sacramentale) con il brand Ferragni fungeva da moltiplicatore di follower, una sorta di joint venture sentimentale dove il consenso si misurava in like. Poi è arrivato il naufragio: divorzio, allontanamento dal Movimento 5 Stelle (un tradimento reciproco più volte consumato) e la reinvenzione dell’“eterno bimbominkia”. Una figura, quest’ultima, che gli calza a pennello per monetizzare il rancore in podcast.
E dire che il percorso accidentato di questo rapper milanese, partito con le rime incazzate per poi finire a intervistare la presidente del Consiglio, è la cartina al tornasole di una volatilità ideologica che oggi fattura in audiovisivo. Il prodotto di punta si chiama “Pulp Podcast”, un format dove, come dimostrano le recenti polemiche con Giovanni Floris, lo stesso Fedez ha imparato a usare i “cattivi” della destra come traino per gli ascolti, salvo poi lamentarsi – contraddizione solo apparente – quando un programma altrui lo etichetta come tale. Nel mirino finiscono gli stralci trasmessi da “DiMartedì”, che avevano selezionato solo le clip con ospiti come Tajani, Vannacci e Gasparri; ma, a guardare la storia recente, non si può dire che il diretto interessato non abbia cercato questa spettacolarizzazione.
La parabola politica tra smalti e interviste che cambiano casacca
Se c’è una costante nella carriera di Fedez, dalla sua esplosione televisiva a “X Factor” fino ad oggi, è l’abilità quasi chirurgica nell’incarnare lo spirito del tempo, mutandolo in business. C’era un tempo, non troppo lontano, in cui il rapper di Rozzano era il "milionario di sinistra" per eccellenza, il bersaglio preferito di Matteo Salvini e della Lega. In un celebre botta e risposta del 2020, quando il Carroccio lo accusava di predicare comodo dal suo benessere, la replica secca fu un atto di accusa economico: “Noi guadagniamo onestamente senza pesare sulle tasche di nessuno. Il tuo partito è costato agli italiani 49 milioni di euro”.
Allora le battaglie avevano il sapore del ddl Zan e degli smalti per unghie lanciati per raccogliere fondi contro la violenza di genere, una causa nobile che lo vedeva contrapposto in trincea contro senatori come Simone Pillon, destinatario di una celebre stoccata paterna: “Mio figlio ha il diritto di mettersi lo smalto o una gonna”, tuonò al Concertone. Figurarsi se qualcuno avrebbe potuto prevedere che, qualche anno dopo, quello stesso artista avrebbe aperto le porte del suo studio alla premier Giorgia Meloni. Le giustificazioni, ovviamente, sono impeccabili: l’intenzione sarebbe quella di “creare un dibattito pubblico sano”, e le porte restano idealmente aperte anche a Elly Schlein e Giuseppe Conte, che hanno declinato l’invito. Resta il fatto che il clic generato dall’abbraccio mediatico con la destra vale oro, e la vecchia ruggine con Maurizio Gasparri (quel “coso dipinto” del 2014 che portò persino a una causa legale) si è magicamente sciolta in una partecipazione alla festa di Forza Italia.
Quando il tempo dell’orologio batte il tempo dei vaccini europei
Se nel circo mediatico italiano Fedez gioca a fare l’ago della bilancia tra opposti estremismi, in altri settori, ben più concreti, la bilancia pende senza troppi tentennamenti. Basti guardare i numeri, quelli veri, dell’edizione 2026 di Watches and Wonders a Ginevra. Mentre il dibattito politico spesso scivola nella chiacchiera da bar, l’industria dell’alta orologeria segna un record dopo l’altro: quasi 60.000 visitatori unici con un incremento del 9%, e una platea mediatica internazionale che tocca quota 900 milioni di persone raggiunte. A Ginevra non si parla di etichette politiche, ma di cesellatura e cronografi, di un’arte che sopravvive all’intelligenza artificiale grazie alla pazienza manuale di artigiani capaci di racchiudere l’astronomia in una cassa d’oro.
Contemporaneamente, l’Unione Europea ha deciso di giocarsi un’altra partita, quella della salute pubblica, con un approccio che sembra uscito da un manuale di persuasione più che di libera scelta. L’Agenzia europea del farmaco ha istituito un nuovo gruppo consultivo, affiancato alla struttura ordinaria, il cui compito dichiarato è “spronare i cittadini a porgere il braccio” per le punture. Nel board siede il professor Paolo Bonanni, igienista fiorentino noto per le sue posizioni tranchant durante la pandemia, quando definiva i non vaccinati giocatori della “lotteria della morte” e chiedeva ai giovani di “sacrificarsi” per proteggere gli over 60.
L’ombra dei dubbi sull’ultimo lascito farmaceutico
In parallelo a questa spinta comunicativa, l’industria farmaceutica incassa un’altra vittoria normativa: il via libera allo sviluppo del mCombriax, il vaccino combinato contro influenza e Covid prodotto da Moderna. La notizia, riportata dai canali specializzati, è accompagnata da una postilla ingombrante: il semaforo verde è scattato “nonostante i dubbi sulla sicurezza” espressi da più parti. A differenza degli Stati Uniti, dove la richiesa era stata ritirata di fronte agli scogli della Food and Drug Administration (Fda), l’Europa si dimostra territorio più fertile per queste sperimentazioni.
Le perplessità, del resto, non vengono solo dai soliti contestatori. Persino all’interno dell’Istituto superiore di sanità, come riporta la stampa specializzata, c’è chi alza un sopracciglio scettico. Il dirigente di ricerca Maurizio Federico, ad esempio, ha evidenziato le “incognite e rischi” di questa combinazione, sottolineando come la componente antinfluenzale da sola non avesse ancora superato l’esame dei regolatori statunitensi. È in questo contesto, dove la scienza ufficiale spinge per l’acceleratore mentre i freni di emergenza vengono allentati, che si consuma la partita più delicata per la credibilità delle istituzioni europee.




