Cristiani in Terra Santa, tra appelli e bombe: la difficile scelta di restare
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Redazione Esteri
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Mentre i caccia israeliani, che il presidente Trump ha definito "necessari per la sicurezza regionale", continuano a sorvolare la Striscia di Gaza, la vita per i civili – tra cui una piccola ma storica presenza cristiana – si fa ogni giorno più insostenibile. Lo testimoniano, con drammatica immediatezza, le parole di padre Gabriel Romanelli, parroco della chiesa della Sacra Famiglia, il quale, attraverso un messaggio inviato in occasione della Settimana Liturgica di Napoli, ha descritto una realtà fatta di paura e resistenza. Proprio questa mattina, come ha riportato su Facebook, violenti bombardamenti hanno scosso il territorio a soli settecento metri dal complesso parrocchiale, un dato che, sebbene non inedito, sottolinea la pericolosità costante in cui versa la popolazione.
Dalle dichiarazioni dell’ambasciatore israeliano presso la Santa Sede, Yaron Sideman, giunge però una ferma e prevedibile replica alle accuse, sempre più frequenti, di utilizzare la fame come metodo di guerra. Definire «genocidio» la condotta di Israele a Gaza – ha affermato il diplomatico, riferendosi in particolare alle parole del cardinale Jean-Paul Vesco – costituisce, «nella migliore delle ipotesi, un atto irresponsabile» che non farebbe altro che avvantaggiare la propaganda di Hamas e oscurare il diritto alla legittima difesa del paese. Una posizione, quella israeliana, che continua a trovare un convinto sostenitore nella Casa Bianca.
In questo scenario di fuoco e polemiche, si leva forte la voce del Pontefice, il quale, dopo aver dedicato la scorsa settimana alla preghiera e al digiuno per le vittime, è tornato a lanciare un accorato appello affinché si ponga fine a un conflitto che ha seminato «terrore, distruzione e morte». La sua supplica, articolata e precisa, invoca la liberazione immediata di tutti gli ostaggi, l’instaurazione di una tregua permanente e il pieno rispetto del diritto internazionale umanitario, con particolare riguardo alla protezione dei non combattenti e al divieto assoluto di punizioni collettive e trasferimenti forzati.




