Migranti, la tragedia dei bambini morti in mare: "Erano di due anni, morti di fame e sete"
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Redazione Esteri
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Tre corpi senza vita, tra cui due bambini di circa due anni e un uomo adulto, sono stati portati a riva a Lampedusa dopo l’arrivo di un gommone carico di 63 migranti. Le vittime, di origine sub-sahariana, facevano parte di un gruppo partito dalla Libia, dove le condizioni disumane dei viaggi si trasformano spesso in tragedie annunciate. Imad Dalil, direttore dell’hotspot della Croce Rossa italiana sull’isola, ha confermato che sei dei sopravvissuti hanno avuto bisogno di cure mediche prima di essere trasferiti nella struttura di Contrada Imbriacola.
Quella di ieri non è stata l’unica storia di sofferenza. Esther, una donna ghanese, ha raccontato l’incubo vissuto durante la traversata: il suo bambino di tre anni, insieme a un altro di quattro, è morto disidratato dopo giorni alla deriva. «Temevo che mi costringessero a buttarlo in mare», ha detto, descrivendo la disperazione di un viaggio che, secondo le promesse dei trafficanti, avrebbe dovuto durare appena trentasei ore. Invece, il gommone partito da Zawia si è fermato in mezzo al Mediterraneo, lasciando i passeggeri senza cibo né acqua.
Giovanna Di Benedetto, portavoce di Save the Children, ha definito «inaccettabile» il ripetersi di queste morti, denunciando l’assenza di corridoi umanitari e di un sistema efficace di soccorso. Eppure, mentre le organizzazioni umanitarie chiedono interventi concreti, il dibattito politico continua a oscillare tra retorica e emergenza. Il vicepremier Matteo Salvini, commentando gli sbarchi, ha parlato di «invasione clandestina», suscitando polemiche proprio nel giorno in cui due bambini morivano per mancanza di acqua.




