Piedimulera avrà il nuovo ospedale, ma il dibattito divide il Verbano-Cusio-Ossola
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Redazione Interno
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Quando, lo scorso novembre, ricevette la proposta dai sei sindaci per le possibili aree del nuovo presidio, l'assessore regionale alla Sanità Federico Riboldi promise una decisione rapida, una promessa che ha mantenuto nell'arco di soli due mesi grazie alla valutazione tecnica affidata al Politecnico di Torino. L'esito, che assegna a Piedimulera la sede dell'ospedale unico destinato a sostituire le strutture di Verbania e Domodossola, non è stato però accolto da un coro unanime, rivelandosi anzi l'epilogo provvisorio di una vicenda che, come un fiume carsico, riemerge dopo decenni riaccendendo antiche divisioni. La scelta regionale, se da un lato chiude un'incertezza progettuale, dall'altro riapre ferite mai completamente rimarginate nel tessuto sociale di un territorio che da tempo si interroga sul futuro della sua sanità pubblica.
Le reazioni contrastanti dei sindaci e degli addetti ai lavori
Tra i primi a esprimere una posizione netta, il sindaco di Domodossola Lucio Pizzi ha parlato, senza mezzi termini, di "strategie vecchie e tradimenti nuovi", sottolineando come la chiusura del San Biagio e del suo pronto soccorso costituisca una perdita di servizi che, a suo dire, non sarà compensabile in alcun modo. Una preoccupazione che si scontra con il pragmatismo di chi, come Maurizio Borzumati, primario di nefrologia e presidente dell'ordine dei medici provinciale, accoglie positivamente la decisione, pur avendo ritenuto preferibile un'ubicazione più a sud, ovvero più vicina ai bacini di popolazione principali: «è prevalsa la logica del luogo più facilmente cantierabile», ha spiegato, indicando in questo aspetto il fattore decisivo per la realizzazione dell'opera.
Il ritorno di una proposta storica e il fantasma del referendum
A rendere più aspra la polemica è il peso della storia, con l'ombra di una consultazione popolare passata che getta una luce controversa sulle attuali alleanze politiche. Come ha fatto notare con veemenza l'esponente di minoranza Gianluca Rebecchi, la soluzione di Piedimulera ripropone, a ventidue anni di distanza, un'ipotesi che all'epoca fu "nettamente bocciata" da un referendum promosso proprio da quelle forze politiche che oggi, con quello che viene definito un autentico voltafaccia, sostengono la scelta regionale. Quel voto, che vide oltre il novanta percento dei verbanesi esprimersi contro, rappresenta oggi un capitolo imbarazzante e rimosso da alcuni, ma brandito come un monito da altri, a dimostrazione di come le questioni legate alla salute e alla geografia dei servizi resistano alle logiche del tempo e alle convenienze di parte.
Il percorso futuro tra cantierabilità e bisogni del territorio
Al di là delle polemiche, che qualcuno definisce inevitabili in scelte di tale portata, il processo decisionale sembra aver premiato in ultima analisi un criterio di fattibilità tecnica ed economica. La cantierabilità, ossia la concreta possibilità di avviare e portare a termine i lavori in tempi certi e con minori intoppi burocratici o geomorfologici, è stata la bussola che ha guidato la valutazione del Politecnico, indicando in quell'area il compromesso ritenuto più solido. Resta ora da vedere come questo compromesso, nato da un calcolo tecnico, verrà assimilato da una popolazione che dovrà misurarsi con cambiamenti significativi nella mappa dell'assistenza, mentre la politica locale si confronta con un esito che, lungi dall'essere celebrato come una vittoria da tutti, impone una mediazione continua tra le esigenze diverse delle varie comunità della provincia.




