Giulio Regeni, la Procura di Roma chiude la pista inglese e ribadisce: "Non era una spia"

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Dieci anni e mezzo di attesa, e poi quella premessa che da sola vale più di ogni altra considerazione, pronunciata con la nettezza che solo un atto formale come una requisitoria può conferire: Giulio Regeni non era una spia. A dirlo, nell'aula bunker del carcere di Rebibbia, è stato il procuratore aggiunto Sergio Colaiocco, che ha aperto il suo intervento nel processo a carico di quattro appartenenti ai servizi di sicurezza egiziani, accusati del sequestro, delle torture e dell'omicidio del ricercatore di Fiumicello, avvenuto al Cairo nel gennaio del 2016.

Una dichiarazione che, per quanto scontata agli occhi di chi ha sempre creduto alla versione della famiglia e degli inquirenti italiani, assume un peso specifico enorme nel momento in cui viene depositata agli atti di un procedimento giudiziario che ha dovuto fare i conti con depistaggi, silenzi e una mole impressionante di elementi raccolti in oltre un decennio di indagini.

La pista inglese archiviata: nessun elemento utile

Uno dei nodi più intricati di questa vicenda, la cosiddetta pista inglese che per mesi aveva alimentato dubbi e ipotesi alternative, è stato sciolto con altrettanta decisione dal rappresentante della Procura di Roma. Tutti gli elementi raccolti su quel versante, ha spiegato Colaiocco, sono stati approfonditi, verificati e sviscerati in ogni possibile direzione, ma da quel lato non è emerso alcun elemento utile alla ricostruzione del sequestro, delle sevizie e dell'omicidio.

Una conclusione netta che chiude definitivamente un capitolo che aveva finito per offrire il fianco a strumentalizzazioni di vario genere, e che ora restituisce al quadro investigativo una linearità che, per quanto drammatica, appare più solida e coerente con l'impalcatura accusatoria costruita in questi anni.

"Arroganza del potere": la frase che svela il metodo

Colaiocco ha citato una frase agghiacciante, pronunciata da uno degli aguzzini secondo quanto emerso dalle intercettazioni e dagli atti investigativi: "Gli abbiamo dato il colpo di grazia". In quelle parole, ha osservato il pm, c'è racchiusa l'arroganza del potere e la serenità di un carnefice che sa di non dover mai rispondere delle proprie azioni, e che agisce con la consapevolezza di godere di una copertura che lo rende intoccabile.

La requisitoria ha descritto ciò che accadde a Regeni non come un atto impulsivo o frutto di una spirale di violenza casuale, ma come un esercizio metodico e freddo della violenza su un uomo inerme, una tortura sistematica che non lasciava scampo e che si è protratta per giorni prima di giungere all'epilogo tragico che tutti conosciamo.

Una violenza organizzata, ha sottolineato la Procura, che non può essere ascritta alla malavita comune ma che porta invece la firma indelebile di un apparato statale che ha agito con piena consapevolezza e con il deliberato intento di annientare una persona considerata scomoda.

Il processo e il muro di gomma dell'Egitto

Il processo che si sta celebrando a Rebibbia vede sul banco degli imputati quattro cittadini egiziani, tutti appartenenti ai servizi di sicurezza del Paese nordafricano, ma nessuno di loro è presente in aula. Una assenza che non è certo una novità, visto che l'Egitto non ha mai collaborato con la giustizia italiana, né ha mai mostrato alcuna intenzione di consegnare i propri agenti alla magistratura di Roma o di consentire loro di difendersi nel corso di un dibattimento che, di fatto, si svolge in contumacia.

La requisitoria di Colaiocco arriva dopo oltre un decennio di indagini, di pressioni diplomatiche e di attese che hanno logorato la famiglia di Giulio, in particolare i genitori, che da sempre chiedono verità e giustizia per il figlio scomparso.

La Procura ha ricostruito con dovizia di particolari il quadro probatorio, ribadendo con forza che il ricercatore italiano non era un agente segreto né tantomeno una spia, come invece alcune voci avevano cercato di insinuare per giustificare un sequestro che non aveva alcuna ragione di esistere se non quella di eliminare un testimone scomodo di certe dinamiche del potere egiziano.

Un atto dovuto dopo dieci anni di attesa

La data del 23 giugno 2026 resterà a lungo impressa nella memoria di chi ha seguito questa vicenda, perché rappresenta il momento in cui l'accusa ha messo nero su bianco una verità che molti avevano già intuito ma che nessuno aveva ancora formalizzato con tanta chiarezza davanti a un giudice. La requisitoria non ha lasciato spazio a interpretazioni ambigue: la morte di Giulio Regeni è stata una esecuzione pianificata, portata a termine da uomini dello Stato egiziano che hanno agito nel quadro di una prassi consolidata di repressione del dissenso.

E se ancora qualcuno nutriva dubbi sulla natura dell'operato dei servizi di sicurezza del Cairo, le parole del procuratore aggiunto hanno spazzato via ogni possibile residuo di incertezza, restituendo alla vicenda quella cornice di verità processuale che la famiglia Regeni attendeva da troppo tempo.

Il processo prosegue ora con le repliche e le eventuali richieste di condanna, in un clima di tensione che non accenna a placarsi, ma che almeno ha trovato nelle parole di Colaiocco un punto fermo dal quale ripartire per arrivare a una sentenza che, si spera, possa finalmente fare giustizia per Giulio.

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