Regeni, la Procura di Roma: “Violenza organizzata e tortura sistematica su un uomo inerme”. Processo ai quattro egiziani
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Redazione Interno
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Dopo oltre dieci anni di attesa, il giorno più atteso è infine arrivato. Oggi, 23 giugno, nell’aula bunker di Rebibbia, si è svolta la requisitoria nel processo a carico di quattro appartenenti ai servizi di sicurezza egiziani, accusati del sequestro, delle torture e dell’omicidio di Giulio Regeni, il ricercatore italiano trovato senza vita al Cairo nel gennaio del 2016.
Un processo che, sin dalle sue battute iniziali, è stato definito dal procuratore aggiunto Sergio Colaiocco come un procedimento che non somiglia a nessun altro: un processo contro il silenzio di chi ha scelto di non collaborare, contro la menzogna di ricostruzioni artificiose e contro i depistaggi che hanno cercato di cancellare le tracce di un crimine efferato.
“Un corpo spezzato dal dolore”
Le parole del procuratore aggiunto hanno dipinto un quadro drammatico e inequivocabile, descrivendo le condizioni in cui è stato restituito il corpo del giovane ricercatore. Il pm Colaiocco ha parlato di un corpo umano ridotto in fin di vita, sottoposto a torture ripetute e sistematiche che ne hanno spezzato la fibra. Un corpo sul quale, ha sottolineato l’accusa, il regime egiziano non ha mai voluto realmente indagare, preferendo invece una strategia di protezione nei confronti degli aguzzini.
La scelta di non collaborare con la giustizia italiana, da parte del Cairo, è stata una costante che ha segnato l’intero iter processuale, costringendo gli inquirenti a ricostruire i fatti in assenza di un contributo diretto da parte delle autorità egiziane.
L’arroganza del potere e la “serenità del carnefice”
Uno dei passaggi più duri della requisitoria è stato quando il pm Colaiocco ha citato la frase “gli abbiamo dato il colpo di grazia”, un’espressione che, a suo dire, racchiude in sé tutta l’arroganza del potere e quella che ha definito la “serenità di un carnefice”. Un carnefice, ha aggiunto, che era convinto di non dover mai rispondere delle proprie azioni. Per l’accusa, Regeni non è stato vittima di un crimine comune, ma di un apparato che lo ha privato della sua condizione di essere umano.
La Procura ha descritto l’intera vicenda come il prodotto di una violenza pianificata e organizzata, una tortura che non è stata un atto impulsivo, ma un sistema di oppressione e sopraffazione.
Le assenze e le parole del pm
Nell’aula bunker di Rebibbia, i quattro imputati non sono presenti. L’Egitto non ha mai collaborato all’estradizione, e il processo si celebra dunque in loro contumacia, segnato dalla mancata collaborazione politica e giudiziaria tra Roma e il Cairo. Il procuratore aggiunto ha rimarcato come il regime egiziano abbia scelto di proteggere gli aguzzini, preferendo una strada di ostruzionismo che ha reso il cammino della giustizia italiano particolarmente impervio. Le sue parole hanno rievocato la drammaticità della scoperta del corpo del ricercatore, descritto come un “corpo spezzato dal dolore”.
La requisitoria ha rappresentato il momento in cui l’accusa ha messo nero su bianco una ricostruzione che attribuisce la responsabilità del sequestro e della morte all’apparato di sicurezza egiziano, rigettando le tesi alternative che avevano tentato di dipingere Regeni come una spia o di attribuire l’omicidio alla malavita comune.
Un processo contro il silenzio e i depistaggi
Il pm Colaiocco ha definito il processo come un atto dovuto contro il silenzio di chi non ha voluto parlare e contro le menzogne tessute per depistare le indagini. Ogni parola dell’accusa ha sottolineato come Giulio Regeni sia stato privato di ogni dignità, e come la sua morte rappresenti il simbolo di un abuso di potere che ha trovato terreno fertile nell’indifferenza. L’attenzione del pubblico ministero si è concentrata sulla ricostruzione degli eventi, sulla sistematicità delle sevizie e sulla volontà di non far emergere la verità.
Il processo, che giunge alle sue fasi conclusive, porta con sé il peso di anni di battaglie legali e della straordinaria tenacia dei genitori del ragazzo, che non hanno mai smesso di chiedere giustizia, sfidando il muro di omertà eretto da un regime che, secondo l’accusa, non ha mai avuto intenzione di fare luce su una delle pagine più buie della sua recente storia.




