Processo Regeni, la procura: «Violenza metodica e organizzata, l’Egitto ha protetto gli aguzzini»
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Redazione Interno
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Le loro sedie, nell'aula bunker di Rebibbia, sono rimaste vuote. E tali resteranno fino alla fine. I quattro ufficiali dei servizi di sicurezza egiziani imputati per il sequestro, le torture e l'omicidio di Giulio Regeni non si sono mai presentati, e il processo che si sta concludendo a Roma ha ormai assunto i contorni di un giudizio che travalica le loro singole responsabilità per investire, piuttosto, il sistema che li ha coperti.
A dirlo, con parole che hanno scosso l'aula, è stato il procuratore aggiunto Sergio Colaiocco, nel corso di una requisitoria durata circa sette ore, al termine della quale sono state chieste pene severe: un ergastolo per Magdi Ibrahim Abdelal Sharif e 17 anni e sei mesi di reclusione per gli altri tre imputati, Athar Kamel Mohamed Ibrahim, Uhsam Helmi e Tareq Sabyr. «Questo non è stato un processo come gli altri», ha esordito Colaiocco, definendolo «un processo contro il silenzio, contro chi confidava che il tempo cancellasse le tracce; un processo contro le menzogne, contro i depistaggi».
«We crashed him»: il senso di un'agonia
Tutto, in un certo senso, è racchiuso in una frase. Una di quelle che, pronunciata con l'arroganza del potere, rivela l'essenza di ciò che è accaduto al giovane ricercatore friulano, scomparso il 25 gennaio 2016 al Cairo e ritrovato senza vita il 3 febbraio lungo l'autostrada tra Alessandria e la capitale egiziana. «Finalmente lo abbiamo preso e lo abbiamo distrutto», «lo abbiamo fatto a pezzi», o ancora «gli abbiamo dato il colpo di grazia». Parole che, secondo l'accusa, fotografano la lucida consapevolezza di chi agiva nell'assoluta impunità.
«In quelle parole c'è tutta l'arroganza del potere e la serenità di un carnefice che non dovrà rispondere delle proprie azioni», ha sottolineato Colaiocco, riferendosi in particolare al maggiore Sharif, accusato di aver raccontato a un tavolo di un ristorante di Nairobi le fasi del sequestro e delle torture. Non si è trattato, ha voluto rimarcare il magistrato, della «semplice soppressione di una vita umana», ma dell'«esercizio metodico, freddo, organizzato della violenza su un uomo inerme».
Ventuno fratture e un'autopsia «orientata»
Il quadro della violenza subita da Regeni è emerso in tutta la sua brutalità durante la requisitoria, quando in aula sono state mostrate le immagini della Tac eseguita dai consulenti della procura. Un esame che ha restituito una verità diametralmente opposta a quella raccontata dalle autorità egiziane: ventuno fratture complessive, cinque alle radici dei denti e quindici a diverse strutture ossee, contro l'unica frattura al braccio destro individuata dai medici legali del Cairo.
«Quella egiziana è stata un'autopsia orientata», ha affermato Colaiocco, evidenziando come il corpo del ricercatore, «devastato dalla tortura», sia stato invece privato della «stessa condizione di essere umano titolare di diritti». Ogni distretto corporeo, ha spiegato il procuratore, «racconta una diversa modalità di sevizia» e le lesioni, prodotte in momenti diversi nell'arco di sette giorni tra il 25 gennaio e il 1 febbraio, dimostrano che Regeni fu «interrogato, picchiato, lasciato sopravvivere e nuovamente sottoposto a torture per giorni».
«Uomini dello Stato», il regime come scudo
La Procura di Roma ha voluto mettere in chiaro un punto cruciale: a compiere quelle violenze non furono criminali comuni, ma «uomini dello Stato, appartenenti agli apparati di sicurezza» egiziani. Un generale, due colonnelli e un maggiore della National Security Agency, perfettamente consapevoli del proprio ruolo istituzionale, che avrebbe dovuto imporre loro il rispetto della legalità e non la sua negazione.
L'accusa ha ricostruito un sistema di «ostacoli, opacità, resistenze e chiusure» messo in atto dal regime del Cairo, che ha scelto consapevolmente di «proteggere gli aguzzini» e di non «chiamare a rispondere i propri ufficiali delle nefandezze compiute». In questo quadro, il processo italiano rappresenta l'unico baluardo contro un'oblio che le autorità egiziane avevano programmato. «Questo processo, se non fosse stato celebrato in Italia, non sarebbe stato celebrato in nessun luogo», ha tuonato il procuratore Colaiocco.




