La procura di Roma valuta la tortura per la Flotilla: «Eravamo in un lager galleggiante»

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Decine di attivisti, reduci dall’abbordaggio della Global Sumud Flotilla in acque internazionali, giacciono ora nei nosocomi di Istanbul. Circa cinquanta dei partecipanti alla missione umanitaria diretta a Gaza – che, va ricordato, erano stati fermati dalla marina militare israeliana mentre navigavano verso la Striscia – hanno dovuto fare ricovero per le lesioni riportate durante la detenzione nello Stato ebraico, e tra questi figurerebbe anche un cittadino italiano attualmente sotto osservazione nell’ospedale sul Bosforo.

Mentre i superstiti cercano di rielaborare quanto accaduto, la macchina giudiziaria italiana si è messa in moto: i pm di Roma, dopo aver aperto un fascicolo per sequestro di persona, stanno ora vagliando l’ipotesi dei reati di tortura e violenza sessuale. Gli inquirenti di piazzale Clodio hanno già iniziato ad ascoltare i testimoni rientrati nella Penisola, acquisendo al contempo il video – divenuto virale – in cui il ministro della Sicurezza nazionale israeliano, Itamar Ben-Gvir, appare mentre deride i manifestanti inginocchiati e con le mani legate. Quella pellicola, girata nel porto di Ashdod, verrà ora analizzata fotogramma per fotogramma per verificare se tra le persone umiliate ci fossero anche cittadini italiani, una circostanza che aggraverebbe ulteriormente il quadro penale.

Un «campo di concentramento galleggiante» e l’uso sadico dei mezzi di coercizione

Il racconto che emerge dai sopravvissuti è un concentrato di violenza gratuita e disumanizzazione. Due attivisti originari di Firenze, rientrati giovedì sera a Fiumicino, hanno descritto senza mezzi termini la loro prigionia come se fossimo finiti «tecnicamente in un campo di concentramento galleggiante in mezzo al Mediterraneo». Le loro testimonianze, che si intrecciano perfettamente con quelle fornite da altri connazionali come il medico senese Alfonso Coletta (il quale, a 78 anni, ha pensato a Primo Levi mentre veniva rinchiuso in container col filo spinato), parlano di un trattamento riservato più ad animali che a esseri umani.

I dettagli forniti agli inquirenti sono agghiaccianti nella loro meticolosa brutalità: i fermi sarebbero stati costretti a rimanere in posizioni di stress per ore, picchiati selvaggiamente se tentavano di sollevare lo sguardo, e sottoposti a un uso perverso del taser – talvolta utilizzato su persone bagnate o addirittura sui genitali. «Abbiamo visto gente implorare di allargare le fascette», hanno riferito i testimoni, «perché avevano le mani che stavano sanguinando». Oltre alle percosse, che hanno causato una trentina di sospette fratture e cinque traumi cranici solo su una delle imbarcazioni, l’ombra degli abusi sessuali si allunga pesantemente sulla vicenda: i legali hanno registrato almeno una quindicina di episodi riconducibili a violenze carnali, un numero che potrebbe salire ulteriormente nelle prossime ore.

L’inchiesta della procura e le prime audizioni a piazzale Clodio

I magistrati romani – che hanno già delegato le forze dell’ordine per sentire il deputato pentastellato Dario Carotenuto, il quale era presente a bordo delle navi fermate – si trovano ora a dover srare una mole impressionante di denunce e dichiarazioni. I pubblici ministeri, come anticipato, non si limitano a valutare il solo sequestro: il trattamento riservato ai civili inermi sembra infatti integrare gli estremi della tortura, così come definita dalla Convenzione delle Nazioni Unite, oltre a configurare gravissime ipotesi di violenza sessuale.

Parallelamente, l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni ha alzato il tiro sul piano diplomatico. Il titolare della Farnesina, Antonio Tajani, ha ottenuto dall’Unione Europea un primo via libera per discutere sanzioni mirate nei confronti del ministro Ben-Gvir durante la riunione dei capi-diplomazia del 15 giugno; una decisione, quest’ultima, che è stata accolta con favore da diverse capitali europee, le quali avevano già manifestato il loro sdegno per le immagini del politico di estrema destra mentre scherniva i detenuti con un cinico «Benvenuti in Israele, siamo noi i padroni di casa».

Il rientro dei feriti e la catena degli orrori negli ospedali turchi

Mentre i pm lavorano per ricostruire la catena di comando che ha ordinato quelle perquisizioni violente, il contingente di attivisti sbarcato a Istanbul mostra segni di sofferenza che non hanno bisogno di interpretazione. I referti medici, che saranno verosimilmente acquisiti dalla procura tramite rogatorie internazionali, parlano di lividi estesi, costole infrante e traumi psicologici profondi. Tra coloro che hanno riportato le ferite più gravi vi è anche un italiano – la cui identità non è stata ancora resa nota – che ha preferito rimanere nella metropoli turca per farsi assistere insieme a un gruppo di compagni spagnoli, prima di essere a sua volta ricoverato.

La narrazione fornita da chi è tornato, come l’anestesista Coletta (che definisce le angherie subite peggiori delle violenze fisiche), dipinge un sistema detentivo improvvisato ma feroce: dormire per terra ammanettati, essere esposti a una musica martellante (che qualcuno ha riconosciuto come l’inno nazionale israeliano) e venire spostati da una cella all’altra senza mai sapere cosa sarebbe successo. La procura di Roma, che ha già trasmesso un’integrazione all’esposto originario, sta raccogliendo questi frammenti di orrore per trasformarli in capi d’accusa. L’indagine, al momento, resta in una fase delicata di audizioni, con gli investigatori che hanno inoltre sequestrato qualsiasi video amatoriale o documentazione medica in grado di attestare l’entità delle lesioni riportate durante le quarantotto ore di prigionia.

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