Flotilla, attivisti ricoverati a Istanbul: la procura di Roma valuta il reato di tortura

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Circa 50 attivisti della Flotilla diretta a Gaza sono stati ricoverati negli ospedali di Istanbul dopo il trasferimento dalla detenzione israeliana, mentre la procura di Roma valuta l’ipotesi di reati di tortura. Gli attivisti sono arrivati giovedì pomeriggio nella città turca con tre voli charter, dopo avere lasciato il carcere israeliano di Ketziot. Molti mostrano lividi e segni fisici riportati durante i giorni trascorsi dopo il fermo in mare. Dalle testimonianze raccolte emergono accuse pesanti, che parlano di taser usati su persone bagnate, molestie sessuali e colpi sparati con pallini contro alcuni presenti a bordo.

Dario Salvetti e Antonella Bundu, attivisti fiorentini appena rientrati in Italia, raccontano di stare “relativamente bene”, pur parlando di conseguenze psicologiche ancora da valutare. “Non ci hanno piegato”, spiegano dopo il ritorno da Israele. I due descrivono la permanenza sulle imbarcazioni come una condizione estrema, definita “un campo di concentramento galleggiante in mezzo al Mediterraneo”. Nei loro racconti compaiono persone con le mani sanguinanti per le fascette strette ai polsi, richieste di aiuto ignorate e assistenza sanitaria improvvisata direttamente sulle navi, dove medici e infermieri presenti tra gli attivisti hanno cercato di soccorrere i feriti con mezzi limitati.

Le accuse degli attivisti della Flotilla

Secondo quanto riferito dall’organizzazione della Sumud Flotilla, oltre 400 persone di diverse nazionalità partecipavano all’ultima spedizione diretta verso Gaza. Una cinquantina sarebbe stata ricoverata a Istanbul per lesioni riportate durante il periodo di detenzione. Tra le denunce riportate dagli attivisti compaiono 35 sospette fratture, cinque traumi cranici e dodici casi indicati come abusi e molestie sessuali. Le testimonianze raccolte nelle ore successive al rientro parlano di persone pestate e curate all’interno di una sorta di infermeria organizzata direttamente sulla nave.

Martina Comparelli, una delle attiviste coinvolte nella missione, racconta di essere stata molestata e fotografata durante la detenzione. Mostra lividi estesi su gambe e braccia e descrive una rabbia ancora più forte del dolore fisico. Le accuse formulate dagli attivisti riguardano anche comportamenti definiti umilianti e intimidatori durante il trasferimento e la permanenza sotto custodia. I racconti coincidono nel descrivere giorni di forte pressione fisica e psicologica, mentre alcuni militanti mostrano pubblicamente i segni delle lesioni riportate.

I racconti dopo il rientro in Italia

Tra le persone rientrate figura anche Alfonso Coletta, medico anestesista senese in pensione, che compirà 78 anni a ottobre. Coletta è tornato in Italia dopo il fermo della marina militare israeliana in acque internazionali e racconta di avere ancora molto vivido il ricordo dell’arresto. “Sto bene”, spiega appena sbarcato a Fiumicino, mentre ripercorre le ore trascorse dopo il blocco della Flotilla. Nei suoi ricordi affiorano immagini e riferimenti personali che descrivono la durezza della situazione vissuta dagli attivisti durante il fermo e la successiva detenzione.

Le testimonianze raccolte tra Istanbul e l’Italia stanno ora assumendo rilievo anche sul piano giudiziario. La procura di Roma valuta infatti le ipotesi di reati legati a torture e violenze denunciate dai partecipanti alla missione umanitaria. Intanto gli attivisti continuano a raccontare pubblicamente quanto avvenuto durante il viaggio verso Gaza e nei giorni successivi al fermo, mostrando i segni fisici riportati e ricostruendo le condizioni affrontate durante la permanenza sotto custodia.

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