Ben Gvir indagato a Roma per i fatti della Flotilla: sequestro e tortura le ipotesi di reato
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Redazione Interno
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L’escalation verbale tra Italia e Israele ha trovato nelle ultime ore un nuovo, e per certi versi inedito, terreno di scontro: quello giudiziario. La Procura di Roma, al termine di una ricognizione degli atti raccolti nelle scorse settimane, ha ufficialmente iscritto nel registro degli indagati il ministro della Sicurezza nazionale israeliano, Itamar Ben Gvir. Un provvedimento che, come spesso accade in questi casi, trasforma una vicenda di cronaca internazionale in un vero e proprio caso diplomatico, data l’elevata caratura politica della persona sottoposta a indagine.
I magistrati romani, che da mesi seguono le diverse missioni della flottiglia diretta a Gaza, hanno ritenuto sussistenti elementi sufficienti per ipotizzare a suo carico i reati di sequestro di persona, tortura e tentato omicidio, tutti legati alle modalità con cui vennero trattati gli attivisti fermati in acque internazionali lo scorso maggio.
Le accuse nel fascicolo e il video choc pubblicato dallo stesso ministro
Il fascicolo, coordinato dal procuratore Lo Voi, si basa principalmente su due pilastri probatori, elementi che gli inquirenti hanno definito “gravi e concordanti”. Da un lato ci sono le testimonianze dirette degli attivisti – tra i quali figurano anche cittadini italiani, elemento che ha radicato la competenza del tribunale capitolino – i quali hanno descritto un abbordaggio violento e una detenzione caratterizzata da continue umiliazioni fisiche e psicologiche.
Dall’altro, ed è questo l’aspetto che ha reso la posizione del ministro immediatamente centrale, c’è un video pubblicato dallo stesso Ben Gvir sui suoi profili social. Le immagini, girate nel porto di Ashdod, mostrano il ministro mentre si aggira tra i manifestanti, costretti a restare in ginocchio con le mani legate dietro la schiena, rivolgendosi loro con parole di scherno.
Un documento, quello acquisito dalla procura, che si configura come una prova atipica: fornita involontariamente dallo stesso indagato, è diventata il cardine per sostenere l’accusa di tortura, dato che documenta in modo evidente il trattamento subito dalle persone trattenute.
Replica del diretto interessato: stoccata all’Italia e accuse di calunnia
La notizia dell’apertura dell’indagine non ha tardato a suscitare una reazione viscerale da parte dell’esponente del governo israeliano. Attraverso un post su X (ex Twitter), Ben Gvir ha infatti attaccato duramente l’operato della magistratura italiana, usando un tono che molti osservatori hanno giudicato volutamente provocatorio per sminuire la portata delle accuse.
Definendo l’Italia “non più il Paese dello Stivale ma il Paese delle ciabatte”, il ministro ha respinto al mittente ogni addebito, sostenendo che le denunce presentate dagli attivisti della Freedom Flotilla altro non siano che “calunnie” fabbricate da “sostenitori del terrorismo”. Una linea difensiva, questa, che mira a spostare il piano del dibattito dal piano giuridico a quello politico, tentando di delegittimare la fonte delle accuse piuttosto che contestare i fatti specifici descritti nel fascicolo.
Le indagini sulle violenze e gli altri procedimenti connessi
L’indagine a carico di Ben Gvir, per quanto rappresenti l’episodio più eclatante, non è che l’ultimo tassello di un mosaico investigativo molto più ampio che la procura di Roma ha avviato diverso tempo fa. I pm avevano già aperto altri due fascicoli relativi a missioni precedenti della flottiglia (rispettivamente dell’ottobre 2025 e dell’aprile 2026), nei quali si procedeva contro ignoti per reati analoghi legati all’abbordaggio delle navi in acque internazionali.
In quella sede erano già emersi racconti agghiaccianti di violenze, come quelli di un infermiere italiano che ha riferito di essere stato picchiato e privato dell’acqua per 48 ore, o di un’anziana di 82 anni che sarebbe stata colpita nonostante le sue condizioni di salute. L’iscrizione di Ben Gvir nel registro degli indagati rappresenta quindi un salto di qualità: si passa dall’indagine generica contro ignoti all’attribuzione di precise responsabilità penali al vertice della catena di comando che controlla polizia e servizi penitenziari.
Ora la procura attende riscontri alle rogatorie inviate alle autorità israeliane, nella speranza di ottenere elementi utili a ricostruire la dinamica esatta dei fermi e la catena degli ordini.




