Roma, blitz antimafia: 18 arresti e il fantasma del clan Senese tra droga e sequestri di persona

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Non è la sceneggiatura di un film, eppure la pistola puntata alla tempia – un dettaglio emerso nel corso degli atti investigativi – racconta di una violenza talmente spicciola da risultare agghiacciante. A Roma, i carabinieri hanno eseguito un maxi blitz all’alba, notificando 18 ordinanze cautelari che hanno decapitato – o almeno profondamente scalfito – quella che gli inquirenti definiscono una delle organizzazioni criminali più pericolose della Capitale. Sedici dei destinatari del provvedimento sono stati accompagnati in carcere, mentre gli altri due, forse per un ruolo ritenuto marginale o per lo specifico contributo al sodalizio, sono finiti agli arresti domiciliari. L’accusa, formalmente, è quella di associazione a delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti, ma il calderone giudiziario è ben più pesante: estorsione, sequestro di persona, porto abusivo di armi, riciclaggio, tentato omicidio e lesioni personali gravi.

Il metodo mafioso e il controllo delle piazze di spaccio

Secondo la ricostruzione della Procura della Repubblica di Roma – che vede tra i pubblici ministeri Francesco Cascini, Edoardo De Santis, Margherita Pinto, Chiara Capezzato e Claudio Santangelo – il gruppo non si limitava a comprare e rivendere sostanze. Importava droga dall’estero, probabilmente attraverso canali che incrociano rotte balcaniche o sudamericane, per poi distribuirla capillarmente in diverse piazze di spaccio della città. Quello che ha fatto scattare la misura, però, è l’aggravante del metodo mafioso: il controllo del territorio veniva esercitato con violenza, le intimidazioni erano all’ordine del giorno e il recupero forzato dei crediti – magari legati a partite di stupefacenti non pagate – avveniva con spedizioni punitive. Un meccanismo, insomma, che replica il codice della camorra o della ‘ndrangheta, anche se i collegamenti accertati rimandano a un altro archivio giudiziario.

L’ombra del clan Senese e l’avviso di garanzia a Sulmona

E qui il racconto si biforca, come spesso accade nelle inchieste antimafia. Da un lato, gli investigatori sospettano che i vertici del gruppo criminale arrestato oggi fossero in contatto con ambienti riconducibili al clan Senese, una consorteria storica della criminalità capitolina che negli anni ha tentato più volte di infiltrarsi negli appalti e nel narcotraffico. Dall’altro, l’ombra lunga dell’inchiesta ha raggiunto l’Abruzzo, precisamente i cieli di Sulmona. Qui, un quarantatreenne – già noto alle forze dell’ordine per precedenti specifici – è stato raggiunto da un avviso di garanzia firmato dagli stessi pm romani. L’ipotesi di reato a suo carico è lo spaccio in concorso, un tassello che suggerisce come la rete di approvvigionamento e vendita si estendesse ben oltre il raccordo anulare.

La faida narcos, il killer cileno e i telefoni criptati

Un capitolo a parte merita la piega più cruenta della vicenda, che riporta a una faida tra narcos del quartiere Tuscolano, zona sud-est della Capitale. Nell’ambito della stessa inchiesta – coordinata dall’Antimafia di Roma – è finito in manette un cittadino cileno di 29 anni, arrestato in flagranza perché trovato in possesso di 4 chili di hashish e 15 grammi di cocaina. L’uomo, che si nascondeva in una villa a Ciampino, è descritto dagli inquirenti come una sorta di “killer assoldato”, un professionista della violenza messo a disposizione dei vertici del gruppo. A tradire il sistema, come ormai accade sempre più spesso nelle indagini complesse, sono state le chat estratte dai telefonini criptati: frammenti di conversazioni che hanno permesso di ricostruire l’architettura del sodalizio, con i presunti boss – identificati in alcuni atti come Cappoli e Grillà – capaci di orchestrare spedizioni punitive e partite di droga con la stessa freddezza con cui si pianifica una consegna di generi alimentari.

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