La Ue condanna la glorificazione di Mladic: "Valori europei calpestati"
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Redazione Esteri
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La dura presa di posizione dell'Unione Europea arriva a poche ore dalla cerimonia che ha trasformato le strade di Belgrado in un tributo collettivo alla memoria di uno degli uomini più controversi e sanguinari della storia recente dei Balcani.
"Qualsiasi glorificazione di criminali di guerra, negazionismo del genocidio e revisionismo contraddicono i valori europei più fondamentali e non hanno posto nell'Ue né nei paesi candidati all'adesione", ha dichiarato Bruxelles con parole che risuonano come un monito inequivocabile per la Serbia, chiamata a confrontarsi con il proprio passato in un momento storico estremamente delicato per il processo di integrazione.
La dichiarazione, rilasciata dal portavoce dell'Alta rappresentanza europea Christian Wigand, sottolinea come la riconciliazione e le relazioni di buon vicinato nei Balcani occidentali rimangano centrali per la costruzione di un futuro condiviso, un principio che appare drammaticamente in contrasto con le scene di devozione popolare che hanno caratterizzato l'addio al generale serbo-bosniaco.
Un addio tra riti ortodossi e saluti militari
Per le vie della capitale serba, già dalle prime ore dell'alba, la folla si è stretta attorno al feretro di Ratko Mladic, il comandante militare condannato all'ergastolo per le atrocità commesse durante la guerra in Bosnia, tra cui il massacro di Srebrenica che ancora oggi rappresenta una delle pagine più buie del conflitto jugoslavo.
Gli occhi del mondo, e in particolare quelli dell'opinione pubblica europea, sono stati puntati sulla chiesa di San Luca Apostolo, dove la bara è rimasta esposta per la camera ardente dalle sette del mattino per cinque lunghe ore, durante le quali centinaia di persone hanno sfilato davanti al feretro in un clima carico di tensione e simbolismo nazionalista.
La cerimonia, profondamente radicata nei rituali della Chiesa ortodossa, ha visto la partecipazione di numerosi preti in abiti solenni che hanno intonato preghiere mentre uomini in uniforme, molti dei quali veterani di guerra, circondavano la bara con un picchetto d'onore che si alternava ogni mezz'ora, un'immagine che per molti osservatori internazionali rappresenta una provocazione inaccettabile e una ferita aperta per le vittime bosgnacche.
Oltre 300mila persone in strada per l'ultimo saluto
Il dato numerico, impressionante e difficile da ignorare, parla di oltre 350.000 persone che hanno invaso le arterie di Belgrado per rendere omaggio alla salma del "boia di Srebrenica", come è stato soprannominato dalla stampa internazionale, un'affluenza che testimonia quanto profondo e radicato sia il sentimento di riverenza per la figura di Mladic in ampi strati della società serba.
Tra la folla, composta principalmente da veterani in divisa o comunque riconoscibili per le effigi dei loro reparti di appartenenza, si sono visti anche molti civili, alcuni dei quali si sono spinti fino a baciare il feretro in un gesto di devozione che ha sconvolto le associazioni delle vittime e i sopravvissuti del genocidio, mentre altri, più misurati ma non per questo meno eloquenti, si limitavano a un inchino o al saluto militare.
La corona di rose rosse, blu e bianche, posta davanti alla bara chiusa, riprendeva i colori della bandiera serba e sembrava fissare il ritratto di un uomo che, nonostante la condanna internazionale e l'ergastolo scontato in carcere fino alla morte, continua a essere percepito da una parte consistente della popolazione come un eroe nazionale piuttosto che come un criminale di guerra.
Il contesto politico e la reazione di Bruxelles
La messa in scena di questo funerale di Stato, seppur non ufficialmente organizzato dalle istituzioni, si inserisce in un quadro politico estremamente complesso per la Serbia, paese che ufficialmente aspira a entrare nell'Unione Europea ma che spesso si trova a dover fare i conti con una narrazione storica interna che tende a minimizzare o addirittura a negare le responsabilità delle proprie forze armate nei conflitti jugoslavi.
L'Unione Europea, attraverso la voce del suo portavoce, ha voluto ribadire con chiarezza che certi comportamenti e certe celebrazioni sono incompatibili con lo spirito di Copenaghen e con i criteri di adesione, sottolineando come la strada verso l'integrazione europea passi inevitabilmente attraverso un processo di decostruzione dei miti nazionalisti e di riconoscimento oggettivo dei crimini commessi.
La condanna di Bruxelles, che arriva a stretto giro di posta rispetto alla cerimonia funebre, non è stata accompagnata da minacce esplicite di sanzioni o di blocchi negoziali, ma il messaggio politico è talmente forte e diretto da rendere evidente il profondo imbarazzo delle cancellerie europee di fronte a uno spettacolo che riporta alla memoria le divisioni etniche e religiose che hanno insanguinato i Balcani solo trent'anni fa, un passato che l'Europa fatica a metabolizzare e che la Serbia, a giudicare dalle immagini di queste ore, sembra ancora non aver completamente sepolto.
Le immagini della folla e il peso della storia
Le fotografie che arrivano da Belgrado raccontano una storia di dolore, ma anche di orgoglio nazionalista, con migliaia di persone che si sono messe in fila per ore pur di poter passare davanti alla bara, un fenomeno che gli analisti politici faticano a inquadrare come semplice lutto popolare, vista l'entità dei crimini per cui Mladic era stato condannato.
Il generale dell'esercito serbo, morto in carcere mentre stava scontando l'ergastolo per il genocidio dei bosniaci musulmani, i cosiddetti bosgnacchi, viene celebrato da questi manifestanti come un difensore della patria, una lettura della storia che si scontra frontalmente con le sentenze del Tribunale penale internazionale per l'ex Jugoslavia e con la memoria di oltre 8.000 uomini e ragazzi musulmani uccisi a Srebrenica nel luglio del 1995.
La scelta di esporre la bara per così tante ore e di permettere un flusso così imponente di persone, in un clima che molti hanno definito di esaltazione collettiva, rappresenta una sfida aperta alla comunità internazionale e un test importante per la tenuta democratica della Serbia, chiamata a dimostrare con i fatti, e non solo con le parole, di aver intrapreso la strada della riconciliazione.
La posizione della Chiesa e il ruolo dei veterani
La presenza massiccia del clero ortodosso durante le esequie, con preti che hanno benedetto la salma e officiato le preghiere davanti a una folla in delirio, ha sollevato non poche perplessità in Europa, dove ci si interroga sul ruolo ambiguo che la gerarchia religiosa serba ha giocato e continua a giocare nel sostenere una certa narrazione storica delle guerre jugoslave.
Accanto ai preti, i veri protagonisti della giornata sono stati i veterani, uomini ormai in età avanzata ma ancora fieri delle loro divise, che hanno sfilato in ordine sparso davanti alla bara portando le insegne dei loro reparti, come il 9º Corpo d'Armata della JNA o il Corpo di Knin, nomi che per i croati e i bosniaci risvegliano ancora oggi il ricordo di pulizie etniche e massacri indiscriminati.
La cerimonia, insomma, è diventata ben presto una manifestazione politica a cielo aperto, un'occasione per riaffermare un'identità nazionale che si nutre di un revisionismo storico pericoloso e che l'Unione Europea, con la sua dichiarazione odierna, ha cercato di mettere in guardia, ribadendo che il percorso di avvicinamento a Bruxelles non può prescindere dal ripudio definitivo di quelle ideologie che hanno portato alla frammentazione sanguinosa della Jugoslavia.
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