L’invecchiamento accelera a 44 e 60 anni, lo studio che ridisegna il declino del Corpo

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Redazione Salute Redazione Salute   -   Per decenni, si è radicata nell’immaginario collettivo l’idea che il tempo scorra sul nostro organismo come una linea retta e uniforme: ogni anno che passa, un piccolo, inesorabile peggioramento. La scienza moderna, però, sta dimostrando che questa rappresentazione è non solo semplicistica, ma sostanzialmente errata. L’invecchiamento, lungi dall’essere un processo lento e costante, procede a scatti, con momenti di accelerazione improvvisa che segnano svolte precise nella vita di ogni individuo. A gettare nuova luce su questo meccanismo, ridisegnando la nostra comprensione del declino fisiologico, è uno studio pubblicato sulla rivista Cell da un team dell’Accademia delle scienze cinesi, una ricerca che si inserisce in un filone di indagini sempre più dettagliate sulla biologia dell’età.

I momenti della svolta: quando il accelera

La ricerca cinese non è l’unica a suggerire questa natura a gradini dell’invecchiamento. Già nell’agosto del 2024, un’analisi pubblicata su *Nature Ageing* da scienziati della Scuola di Medicina dell’Università di Stanford aveva individuato due precisi “scalini-chiave” nel percorso della vita: il primo intorno ai 44 anni, il secondo attorno ai 60. In quella sede, i ricercatori americani, guidati da Xiaotao Shen, avevano seguito per anni un gruppo di 108 volontari tra i 25 e i 75 anni, monitorando non solo il sangue, ma anche il microbioma intestinale, cutaneo e i tamponi nasali. L’analisi di oltre 135.000 molecole e microrganismi ha rivelato che non si tratta di un declino graduale: migliaia di queste componenti subiscono mutazioni drastiche e improvvise proprio in corrispondenza di queste due fasce d’età.

A 44 anni, il primo grande scossone biomolecolare interessa principalmente il metabolismo dei lipidi, spiegando potenzialmente l’incremento del rischio cardiovascolare in questa fase, e la capacità di metabolizzare alcol e caffeina. In molti, in questo periodo, iniziano a notare una diversa tolleranza alle bevande alcoliche o un cambiamento nella qualità della pelle e del tono muscolare. Circa quindici anni dopo, la soglia dei 60 anni porta con sé un’altra ondata di trasformazioni, questa volta legate al declino della funzione immunitaria, all’alterazione del metabolismo dei carboidrati e a un’ulteriore accelerazione dei fattori di rischio per il cuore. È il momento in cui il mostra una maggiore predisposizione alle infezioni e una più evidente difficoltà nel mantenere l’equilibrio ponderale.

Il ruolo delle proteine e la rivoluzione del pensiero scientifico

Al cuore di queste scoperte c’è lo studio delle proteine, i veri “mattoni operativi” delle cellule. Le analisi moderne dei tessuti umani hanno mostrato che la composizione proteica non cambia allo stesso modo in tutto il né procede alla stessa velocità. Alcuni organi, e con essi le loro funzioni, mostrano segni di usura prima di altri, seguendo traiettorie differenti. Questo ha portato a ridimensionare drasticamente l’idea che il deterioramento sia esclusivamente un fenomeno della tarda età: il processo è in moto già dai 25-30 anni, quando la produzione di collagene ed elastina – fondamentali per la tonicità della pelle – inizia a calare dell’1% all’anno. Non è quindi un destino che ci coglie improvvisamente con la comparsa delle prime rughe o dei dolori articolari, ma un percorso iniziato decenni prima.

La novità più rilevante, emersa dallo studio di Stanford, risiede nel fatto che il primo scalino dei 44 anni colpisce allo stesso modo uomini e donne, escludendo quindi che sia unicamente riconducibile a fattori ormonali come la menopausa. Gli scienziati ipotizzano che alcuni di questi cambiamenti possano essere influenzati dallo stile di vita e dai comportamenti tipici di queste fasce d’età: lo stress accumulato, le abitudini alimentari e i ritmi di vita potrebbero agire come catalizzatori di questi mutamenti molecolari. Ciò che appare sempre più chiaro è che l’età anagrafica è un indicatore impreciso dello stato di salute reale: due persone della stessa età potrebbero trovarsi in fasi biologiche completamente diverse a seconda di come e quando hanno attraversato queste transizioni.

Un invecchiamento a compartimenti stagni

La ricerca ha inoltre evidenziato che non tutto il “invecchia insieme”. Esistono diverse direttrici lungo le quali viaggia l’organismo: c’è chi ha un sistema immunitario che subisce più duramente il passare del tempo, chi accusa maggiormente il declino a livello metabolico, e chi invece vede nei reni o nel fegato il proprio tallone d’Achille. Questa consapevolezza, che porta alla definizione di diversi “invecchiotipi”, suggerisce che il declino non è un fenomeno uniforme, ma un insieme di processi distinti che interagiscono tra loro. Mentre alcuni organi mostrano una resilienza maggiore, altri – come quelli direttamente esposti agli agenti esterni o con un ricambio cellulare più lento – imboccano prima la via del deterioramento.

Non si tratta, quindi, di un destino segnato e immutabile. L’identificazione di questi momenti-chiave nella vita di una persona, come i 44 e i 60 anni, offre alla comunità scientifica nuove prospettive per la medicina preventiva. Se è possibile prevedere quando il subirà queste accelerazioni, si possono ipotizzare interventi mirati per rallentarle o mitigarne gli effetti. Il processo è in parte modificabile, e la consapevolezza della sua natura non lineare rappresenta il primo passo per affrontarlo non come un’inesorabile discesa, ma come una serie di sfide fisiologiche circoscritte, gestibili con le giuste strategie.

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