Isola Capo Rizzuto, revocata la custodia in carcere per Arena e Nicoscia: il Tribunale del riesame concede i domiciliari

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Hanno lasciato il carcere e fatto ritorno ai propri domicili, seppur con le restrizioni del caso, Pasquale Arena, di 34 anni, e Michele Nicoscia, di 45, finiti in manette appena un mese fa, era il 16 febbraio scorso, nell’ambito di quell’imponente operazione "Black Flower" condotta dalla Dda di Catanzaro. L’inchiesta, come si ricorderà, ipotizzava un fitto sistema di controllo estorsivo da parte della cosca Arena sull’intera area del villaggio turistico "Seleno-Margheritissima" di Isola Capo Rizzuto, con metodi che la Procura non ha esitato a definire, nei suoi atti, come tipicamente mafiosi. La decisione, assunta oggi dal Tribunale del riesame di Catanzaro, è arrivata a seguito dell’impugnazione presentata dai legali dei due indagati, i quali avevano chiesto una riconsiderazione della misura cautelare, ritenuta eccessivamente afflittiva in quella fase delle indagini. I giudici, accogliendo parzialmente quelle richieste, hanno sostanzialmente ridimensionato il pericolo di inquinamento probatorio o di reiterazione del reato che aveva invece portato il gip, nelle more delle indagini, a optare per la cella. Resta comunque salda, per i due, l’impostazione accusatoria che li vede coinvolti a vario Titolo nelle attività di pressione e intimidazione nei confronti di chi, aggiudicatosi all’asta alcuni appartamenti della struttura, non si sarebbe poi piegato alle logiche del clan.

Le mani della ’ndrangheta sul circo e sulle imprese: la cassa comune tra estorsioni e droga

Ma la ferocia delle cosche isolitane, e in particolare di quel network familiare che ruota attorno agli Arena, ai Nicoscia e ai Manfredi, non si ferma certo alla vicenda immobiliare del villaggio turistico. Un quadro ben più ampio e sistematizzato di sopraffazione emerge, infatti, dalle carte di un’altra, recentissima, inchiesta: la "Libeccio", che ha portato a diciannove arresti solo pochi giorni fa. In questo secondo filone d’indagine, coordinato sempre dalla Dda di Catanzaro, viene alla luce un vero e proprio sistema di tassazione imposto alle attività commerciali del territorio. Tra le vittime designate spicca, per la sua notorietà, il Circo Orfei, il quale, durante la sua permanenza nella struttura ricettiva di Isola Capo Rizzuto nel giugno del 2024, si sarebbe visto costretto a garantire ingressi gratuiti per un numero di biglietti superiore a settantotto, in cambio di una promessa, quella di non ricevere alcun fastidio. Il tutto passava, stando agli atti, attraverso la mediazione di Giuseppe Francesco Liberati, personaggio già noto agli inquirenti e ritenuto dagli stessi punto di riferimento per la riscossione del pizzo. Il meccanismo era semplice e collaudato: chi si adeguava alle richieste poteva lavorare, chi opponeva resistenza, invece, vedeva i propri mezzi incendiati o danneggiarsi la propria attività, come accaduto a un’impresa edile locale o a una ditta di noli proveniente dalla provincia di Messina.

Il tentativo di far ritrattare il pentito Marino: cinquantamila euro per cambiare la verità processuale

Accanto a questo florilegio di estorsioni, che alimentavano quella che gli investigatori definiscono una "bacinella" comune per le spese della consorteria — inclusi gli avvocati e il sostentamento dei detenuti —, emerge con prepotenza anche il tentativo, messo in atto da Pasquale Manfredi, detto "Scarface", di manipolare il corso della giustizia. Già condannato all’ergastolo in via definitiva dal 2023 per l’omicidio di Pasquale Tipaldi e per altre gravissime vicende di sangue legate alla faida che ha insanguinato il crotonese, Manfredi, dalla sua cella, avrebbe tentato di avvicinare i familiari del collaboratore di giustizia Vincenzo Marino. L’obiettivo, per come emerge dalle conversazioni intercettate e riportate nell’inchiesta "Libeccio", era quello di indurre Marino a ritrattare le dichiarazioni rese su quell’omicidio, ossia quelle deposizioni che avevano portato alla sua condanna. In cambio di questa ritrattazione, che avrebbe potenzialmente aperto la strada a una revisione del processo, Manfredi si sarebbe detto disposto a corrispondere una somma di cinquantamila euro ai familiari del pentito, affinché potessero esercitare su di lui la pressione necessaria. Un piano, questo, che denota quanto la cosca fosse disposta a spendere pur di minare alle fondamenta la credibilità di un pentito e, di conseguenza, ribaltare verdetti ormai consolidati.

Le faida e le paci armate: dal matrimonio riparatore agli ordini impartiti dal carcere

A testimoniare la complessità dei rapporti di forza interni a queste famiglie di ’ndrangheta, le indagini restituiscono anche squarci di vita familiare che si intrecciano inestricabilmente con le logiche criminali. Ne è un esempio la pace tra i Manfredi e gli Arena, sancita, come si legge nelle carte dell’inchiesta "Libeccio", dopo anni di sanguinosi agguati che per anni hanno funestato le strade della provincia di Crotone. A suggellare la tregua, dopo il 2014, fu il matrimonio tra Luigi Manfredi, primogenito proprio di Pasquale "Scarface", e una donna, figlia di Giuseppe Arena, detto "Pino Tropeano". Unioni, queste, che servono a cementare alleanze e a porre fine a guerre di mafia. Ma se da un lato si celebravano paci matrimoniali, dall’altro non mancavano certo gli episodi di brutale violenza domestica, anch’essi regolati da codici interni. Sempre Pasquale Manfredi, stando a quanto ricostruito, avrebbe impartito precise disposizioni circa le modalità con cui punire l’ex nuora, raccomandando, in un’intercettazione, di picchiarla, ma solo quando il nipote non fosse stato presente per assistere alla scena. Un dettaglio agghiacciante, che mostra come la sopraffazione e il controllo non si limitassero alla sfera pubblica ed economica, ma penetrassero all’interno delle mura domestiche, diventando strumento di disciplinamento anche tra le generazioni più giovani.

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