Isola Capo Rizzuto, il Tribunale del riesame riduce le misure per Arena e Nicoscia: dal carcere ai domiciliari
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Redazione Interno
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Sono tornati in libertà, seppur circoscritta alle mura domestiche, Pasquale Arena, di 34 anni, e Michele Nicoscia, di 45, finiti in manette lo scorso 16 febbraio nell’ambito dell’operazione “Black Flower” condotta dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro. Il Tribunale del riesame, accogliendo in maniera parziale le istanze presentate dai legali dei due indagati, ha infatti disposto l’attenuazione della misura cautelare, sostituendo la custodia in carcere con gli arresti domiciliari. L’inchiesta che li vede coinvolti, e che ha portato in totale a sette arresti, ipotizza un sistema di controllo capillare esercitato dalla cosca Arena sul villaggio turistico “Seleno-Margheritissima” di Isola Capo Rizzuto, con particolare riferimento alla gestione di servizi e appalti interni alla struttura e a un presunto disegno per pilotare le aste giudiziarie relative agli immobili del complesso, rientrando così in possesso delle unità immobiliari finite all’asta dopo il fallimento della società costruttrice. Secondo l’accusa, che naturalmente attende ora il contraddittorio pieno tra le parti, gli indagati avrebbero attuato una strategia intimidatoria nei confronti dei nuovi proprietari, arrivando, in un caso documentato, a incendiare l’autovettura di un acquirente che si era aggiudicato un appartamento e che non mostrava alcuna intenzione di cedere alle pressioni.
L’asse tra i clan e il “manuale” di ’ndrangheta che emerge dalle inchieste
Le recenti determinazioni del Riesame si inseriscono in un contesto investigativo ben più ampio e profondo, che vede le procure calabresi impegnate a dipanare la fitta trama di relazioni e alleanze tra le cosche della piana di Isola Capo Rizzuto, in particolare quelle facenti capo agli Arena, ai Manfredi e ai Nicoscia. Un quadro complesso e stratificato, quello che emerge dalle oltre 1500 pagine dell’inchiesta “Libeccio”, coordinata sempre dalla Dda di Catanzaro e sfociata negli arresti di diciannove persone, che ha permesso agli investigatori di ricostruire non solo la struttura organizzativa delle ’ndrine, ma anche la loro mentalità e i loro metodi, un vero e proprio codice di comportamento criminale. Nelle carte depositate dai carabinieri del Nucleo investigativo di Crotone e del Ros, si legge di come, per i clan, sia considerato «necessario eliminare fisicamente tutti i rivali» prima di poter imporre un proprio «locale di ‘ndrangheta a proprio nome». Un principio, questo, che non rappresenta solo un retaggio di una guerra di mafia ormai passata, ma che ha continuato a insanguinare il crotonese, come dimostrano gli agguati che per anni hanno segnato la faida tra i Manfredi e gli stessi Arena, una sanguinosa contrapposizione che trovò una tregua solo dopo il 2014, sancita simbolicamente dal matrimonio tra Luigi Manfredi, primogenito del boss Pasquale detto “Scarface”, e la figlia di Giuseppe Arena, conosciuto come “Pino tropeano”. Queste nozze, celebratesi in un momento storico ben preciso, hanno di fatto cementato un’alleanza strategica tra due famiglie un tempo nemiche, unendo le rispettive forze criminali per il controllo del territorio.
La regia dal carcere e il tentativo di corrompere un pentito
A dimostrare la pericolosità e la capacità di resilienza di questi sodalizi criminali, nonostante i ripetuti colpi inferti dallo Stato, è la circostanza emersa sempre nell’ambito dell’operazione “Libeccio” riguardante la gestione degli affari illeciti direttamente dai detenuti. Pasquale Manfredi, detto appunto “Scarface”, nonostante si trovi rinchiuso in regime di alta sicurezza, è accusato di aver continuato a impartire ordini e a coordinare le attività del gruppo, dimostrando una preoccupante capacità di comunicare con l’esterno e di mantenere saldo il controllo sulla sua organizzazione. Dalle intercettazioni e dalle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, è emerso un dettaglio di particolare gravità: il boss avrebbe tentato di avvicinare i familiari del pentito Vincenzo Marino, un suo accusatore, per offrirgli una somma di denaro in cambio di una ritrattazione che potesse scagionarlo dall’accusa di omicidio. Un piano, quello di Manfredi, che prevedeva un compenso di cinquantamila euro, una cifra che “Scarface” era disposto a sborsare immediatamente, come si legge nei verbali, purché Marino «dica la verità e faccia dichiarazioni nuove all’avvocato». Questo tentativo di corrompere un collaboratore di giustizia, gettando così ombre sulla validità del pentitismo stesso, rappresenta un ulteriore tassello di un’inchiesta che dipinge un quadro di un’organizzazione ramificata, pronta a tutto pur di proteggere i propri vertici e garantire la continuità degli affari illeciti, dalle estorsioni al traffico di stupefacenti, che rimangono il core business delle cosche operanti sul territorio.




