Il petrolio scende, la benzina no: il nodo delle raffinerie e quei movimenti sospetti in Borsa

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Economia Redazione Economia   -   Le turbolenze sui mercati energetici non accennano a placarsi, e la seduta di ieri ne ha fornito l’ennesima dimostrazione, con il greggio in calo trainato da quelle che, a questo punto, sembrano più suggestioni diplomatiche che concrete aperture verso una soluzione del conflitto in corso. Se da un lato il Brent, nonostante la correzione del 3,91%, si mantiene saldamente sopra la soglia psicologica dei 100 dollari al barile – attestandosi a 100,40 dollari – dall’altro il Wti arretra del 3,13% a 89,46 dollari, in una giornata caratterizzata dalla volatilità più che da un trend definito. A pesare sui listini, alimentando un improvviso ottimismo degli investitori, sono state le voci relative a possibili negoziati tra Stati Uniti e Iran; voci che, peraltro, trovano il loro contraltare nella realtà di un mercato interno italiano dove il costo alla pompa sembra aver smarrito qualsiasi correlazione con l’andamento della materia prima.

La dinamica, in apparenza paradossale, di un petrolio in discesa che non trascina con sé i prezzi di benzina e gasolio trova infatti una spiegazione strutturale nel cosiddetto “nodo raffinerie”. Il margine di trasformazione del greggio in carburanti, noto tecnicamente come “crack spread”, è rimasto eccezionalmente elevato, assorbendo di fatto i ribassi della materia prima e impedendo che questi si riflettessero sulle colonnine. In Italia, il fenomeno è amplificato da una struttura di mercato che, in momenti di tensione geopolitica come quello attuale, tende a esaltare la rigidità della domanda – in particolare per il gasolio – e la rapidità con cui le variazioni al rialzo vengono trasmesse a valle, a fronte di una lentezza speculare nel trasferire le flessioni. Le rilevazioni più recenti confermano che il prezzo del gasolio è tornato ampiamente sopra i due euro al litro, un livello che, di fatto, ha riassorbito in poche settimane gli effetti degli sconti fiscali varati dal governo, con le medie nazionali per il servito che toccano quota 2,156 euro al litro e punte ben più elevate sulle tratte autostradali.

A rendere ancora più opaco il quadro, si aggiungono i sospetti di movimenti speculativi che hanno interessato i mercati proprio nei minuti immediatamente precedenti a dichiarazioni chiave da parte della Casa Bianca. Fonti di stampa finanziaria hanno ricostruito come, lo scorso lunedì, circa un quarto d’ora prima che il presidente Donald Trump annunciasse una sospensione dei raid sulle infrastrutture petrolifere iraniane e l’avvio di trattative, siano stati venduti contratti futures sul petrolio per un valore complessivo di circa 580 milioni di dollari. L’operazione, concentrata in pochi minuti tra le 11.49 e le 11.50 italiane, ha riguardato oltre 6.200 contratti tra Brent e Wti; subito dopo l’annuncio, le quotazioni sono crollate, generando profitti ingenti per chi aveva scommesso sul ribasso. La configurazione di questi scambi, per tempistica e volumi – che hanno eclissato la media delle ore precedenti – presenta i caratteri tipici dell’insider trading, anche se le autorità non hanno ancora identificato i soggetti responsabili né chiarito se si tratti di un’operazione coordinata o di iniziative individuali.

La guerra dei comunicati e il prezzo della diplomazia

Sullo sfondo di questi movimenti finanziari, la partita diplomatica tra Washington e Teheran procede su un filo sottile, fatta di aperture pubbliche e smentite altrettanto pubbliche, in una fase in cui la supremazia militare americana nello scacchiere mediorientale è stata più volte rivendicata. Lo stesso presidente Trump, nel corso di un evento pubblico, ha dichiarato che l’Iran “vuole molto” raggiungere un accordo, aggiungendo però che la leadership iraniana temerebbe per la propria incolumità nell’ammetterlo pubblicamente, sospesa tra la paura di ritorsioni interne e le pressioni esterne. Secondo quanto riferito, gli Stati Uniti avrebbero già trasmesso a Teheran, attraverso il Pakistan, un piano in quindici punti che toccherebbe i nodi caldi del programma missilistico e della questione nucleare; condizioni, queste, che il governo iraniano starebbe ancora valutando.

Dall’altra parte, le condizioni poste da Teheran per un cessate il fuoco appaiono per ora distanti: si parla di riparazioni economiche, del riconoscimento della sovranità sul fondamentale Stretto di Hormuz – attraverso cui transita una quota significativa del greggio mondiale – e della fine delle operazioni militari non solo contro l’Iran ma anche contro i gruppi alleati nella regione. L’impressione, al momento, è che gli annunci di una pace imminente siano più funzionali a calmierare le quotazioni – e forse, a guardare agli scambi sospetti, a creare opportunità di profitto – che a riflettere una concreta riconciliazione, dato che il ministero degli Esteri iraniano ha smentito l’esistenza di un dialogo diretto “produttivo”.

Il cortocircuito tra listini e pompe

Mentre il Brent oscilla intorno ai 100 dollari – un livello che, se da un lato segna un arretramento rispetto ai picchi di inizio conflitto, dall’altro rappresenta comunque una soglia storicamente elevata – sul fronte interno il malcontento per i prezzi dei carburanti si fa sentire. L’analisi dei dati evidenzia come l’aumento del diesel, in particolare, abbia superato di oltre un punto percentuale l’incremento del petrolio nel corso del mese, un fenomeno che, secondo le associazioni di categoria, genera extraprofitti stimabili in diversi miliardi di euro l’anno per la filiera della distribuzione. Questo meccanismo, noto in letteratura come “razzo e piuma”, descrive proprio la tendenza dei prezzi a salire rapidamente come un razzo quando il costo della materia prima aumenta, per poi scendere lentamente come una piuma quando questo diminuisce.

La situazione è resa più complessa dal fatto che gran parte del carburante venduto nei giorni scorsi era stato raffinato utilizzando greggio acquistato a prezzi inferiori nelle settimane precedenti; ciò non ha impedito un adeguamento immediato dei listini alla pompa, come se il costo di approvvigionamento fosse già quello del Brent a 100 dollari. In questo quadro, le differenze territoriali permangono, con il gasolio che raggiunge i prezzi più elevati nelle province autonome di Bolzano e Trento, mentre le Marche si confermano ancora una volta la regione più economica, pur avendo recentemente superato la soglia dei due euro al litro.

La sfida della trasparenza in un mercato asimmetrico

Di fronte a uno scenario in cui la finanza globale si muove su voci di corridoio e scambi sospetti, e la fisicità del mercato dei carburanti sconta distorsioni strutturali, il tema della trasparenza lungo la filiera torna al centro del dibattito. L’intervento annunciato dall’esecutivo per monitorare l’andamento dei prezzi, dalla raffinazione alla distribuzione, viene interpretato come un tentativo di rompere quel cortocircuito che, di fatto, svincola il costo alla pompa dalle reali dinamiche di approvvigionamento. Si tratta di un’azione che mira a garantire una concorrenza più effettiva in un settore dominato da pochi grandi operatori, dove la domanda, soprattutto per il diesel, è rigida e poco sensibile alle variazioni di prezzo.

Le oscillazioni dei mercati, che nella sola giornata di ieri hanno visto il Brent perdere quasi quattro punti percentuali e il Wti tre, dimostrano quanto l’energia sia ormai un terreno di scontro che combina dinamiche geopolitiche, strategie finanziarie e politiche fiscali nazionali. In assenza di una distensione reale sul fronte bellico – e con gli Stati Uniti che rivendicano la distruzione del potenziale nucleare iraniano e un cambio di regime di fatto -8 – è probabile che la volatilità resti elevata, così come lo saranno le tensioni tra i prezzi internazionali, le speculazioni di Borsa e il conto che tutto questo finisce per presentare agli automobilisti italiani.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.