Il prezzo del greggio torna a correre, il sorpasso del Wti sul Brent e quell’inflazione che la Bce vede già al rialzo
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Redazione Economia
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La corsa del petrolio, dopo aver mostrato timidi segnali di cedimento nelle ultime sedute, ha ripreso slancio con una violenza che pochi analisti avevano previsto a così breve termine, eppure i numeri parlano chiaro: il Brent viaggia ormai stabilmente sopra i 105 dollari al barile, mentre il West Texas Intermediate lo tallona da vicino, in un testa a testa che vale più di una semplice curiosità statistica. Per la prima volta da quindici anni, e precisamente nella seduta del 2 aprile, il greggio statunitense scambiato a New York ha superato quello londinese, un sorpasso storico che racconta meglio di qualsiasi rapporto trimestrale lo stato di salute di un mercato impazzito. Le quotazioni, va detto, restano estremamente volatili, sballottate come sono tra le dichiarazioni bellicose di Washington, gli attacchi alle infrastrutture nel Golfo Persico e le contromisure iraniane, senza dimenticare le conseguenze a catena sugli approvvigionamenti globali. Il Wti, in particolare, ha registrato un rialzo del 10,2% portandosi a 110,38 dollari, mentre il Brent ha messo a segno un +8% arrivando a 109,34 dollari, valori che non si toccavano dai primi mesi del 2022, quando la Russia invase l'Ucraina e scatenò la precedente crisi energetica.
Il discorso di Trump che ha fatto tremare i mercati e volare le quotazioni
La guerra all'Iran, e lo si capisce bene osservando l'andamento dei future, continua ad avere ricadute pesantissime sui prezzi delle materie prime energetiche, e il greggio in testa a tutti. Il presidente Donald Trump, parlando alla nazione dalla Cross Hall della Casa Bianca alla presenza del vice presidente Vance e di tutti i principali segretari di Stato, ha ribadito che l'operazione militare denominata "Epic Fury" durerà ancora "due o tre settimane", e che nel frattempo Teheran verrà colpita "con una forza tale da essere riportata all'età della pietra". Parole, queste, che hanno avuto l'effetto immediato di riportare il Brent sopra i 105 dollari al barile dopo una breve flessione, con un balzo del 4% in poche ore sui mercati asiatici. Trump ha poi aggiunto un passaggio, per certi versi sorprendente, rivolgendosi ai Paesi che dipendono dallo Stretto di Hormuz: "Noi non importiamo petrolio da lì, non ne abbiamo bisogno. I Paesi che lo ricevono vadano allo Stretto e se lo prendano, lo proteggano, lo usino per sé stessi". Una dichiarazione che suona come un disimpegno americano dalla sicurezza di una delle rotte commerciali più strategiche del pianeta, da cui transita circa il 20% del greggio mondiale. La reazione delle Borse non si è fatta attendere: le asiatiche hanno chiuso in profondo rosso con un picco negativo per Seul, mentre le europee hanno aperto tutte in territorio pesantemente negativo, invertendo il trend di crescita della vigilia.
Dalle accise alla speculazione, il caro carburanti che strangola famiglie e imprese
In Italia, e qui il discorso si fa concreto per i cittadini, i carburanti continuano ad aumentare, sia pure con un ritmo leggermente meno sostenuto rispetto alle prime settimane del conflitto, ma con il diesel che ha ormai stabilmente superato la soglia psicologica dei 2 euro al litro. Unimpresa, attraverso il suo centro studi, ha denunciato un fenomeno che definisce "razzo e piuma", ovvero la tendenza dei prezzi alla pompa a salire rapidamente quando il greggio aumenta e a scendere molto lentamente quando diminuisce, generando extraprofitti stimabili tra i 3 e i 7 miliardi di euro all'anno lungo la filiera distributiva. C'è di più: gran parte del carburante venduto nei primi giorni di marzo era stato raffinato utilizzando greggio acquistato settimane prima a prezzi molto più bassi, eppure i listini sono stati aggiornati immediatamente come se il costo fosse già quello del Brent a 93 dollari. Di fronte a questo scenario, il governo italiano ha varato un decreto-legge che prevede un taglio temporaneo delle accise di circa 0,20 centesimi al litro, che diventano 0,25 con l'Iva, una misura tampone dal costo di mezzo miliardo di euro coperto con tagli lineari ai ministeri. La domanda che molti si pongono, anche se nessuno osa pronunciarla apertamente, è se basterà a frenare la spirale inflazionistica che la Banca Centrale Europea vede già profilarsi all'orizzonte, con le stime di crescita dei prezzi riviste al rialzo per i prossimi mesi.
Gas in volo, Borse in affanno e quella Banca d'Italia che guarda con preoccupazione al Pil
Non solo petrolio, perché il balzo riguarda anche il gas naturale, le cui quotazioni al Ttf di Amsterdam hanno messo a segno un rialzo del 7,31% arrivando a 50,95 euro al megawattora, un valore che inizia a farsi pesante per le bollette di famiglie e imprese. Le Borse europee, come detto, girano tutte pesantemente, con Francoforte e Parigi che perdono oltre l'1,5% e Milano che non fa eccezione, trascinata al ribasso dai titoli del lusso e dell'automotive, settori tradizionalmente sensibili ai rincari energetici. La Banca d'Italia, dal canto suo, segue con attenzione l'evoluzione della crisi, temendo che il pericolo per la crescita del Pil possa trasformarsi in una realtà concreta già nel secondo trimestre dell'anno, quando gli effetti dello shock petrolifero si trasmetteranno a tutta l'economia reale attraverso l'aumento dei costi di trasporto e produzione. L'oro, tradizionale bene rifugio, ha invece subito un deciso calo del 3% scendendo a 4.618 dollari l'oncia, segno che gli investitori stanno liquidando posizioni per far fronte alle margin call o per spostare capitali verso settori considerati più redditizi in un contesto di tassi alti e inflazione galoppante. La situazione, insomma, resta fluida, e i mercati continuano a reagire giorno per giorno alle notizie che arrivano dal fronte mediorientale, senza che al momento si intraveda una soluzione diplomatica capace di rasserenare gli animi e calmierare le quotazioni.




