Petrolio oltre i 110 dollari, la stretta di Trump affonda le borse e risveglia l’inflazione
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Redazione Economia
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Le attese di una distensione, coltivate per qualche ora dagli operatori di mercato, si sono infrante contro il muro di parole del discorso notturno di Donald Trump. Il presidente, che molti analisti speravano potesse tracciare una via d’uscita dal conflitto mediorientale, ha invece scelto la via opposta, inasprendo i toni contro l’Iran e gettando, è proprio il caso di dirlo, benzina sul fuoco di una crisi energetica già incandescente. Ne è derivata una seduta funestata per le borse, a cominciare da quelle asiatiche, e un’impennata verticale del greggio, con il benchmark statunitense che ha addirittura superato il cugino londinese, un evento che non accadeva da quasi un lustro.
Il West Texas Intermediate, scambiato a New York, ha archiviato la giornata con un balzo di oltre l’11 per cento, arrivando a toccare quota 111,54 dollari al barile. Si tratta, stando ai dati di mercato, del maggior rincaro in valore assoluto dal lontano 2020. Il Brent, tradizionalmente considerato il petrolio "di qualità" più pregiato e quindi più caro, ha registrato un incremento più contenuto, pari al 7,8 per cento, attestandosi sui 109 dollari. Questa inversione di tendenza – per cui il greggio americano vale più di quello europeo – è un segnale che gli analisti leggono come una cattiva notizia per il Vecchio Continente: segnala infatti che il rischio principale, in questo momento, è concentrato sulla chiusura del Canale di Hormuz, uno stretto fondamentale per le forniture del Golfo Persico che resta interdetto al traffico delle petroliere.
Ma l’effetto delle parole di Trump, che ha promesso di colpire l’Iran "molto duramente" nelle prossime due o tre settimane per riportarlo "all’età della pietra", non si è limitato alle materie prime. La reazione dei listini è stata immediata e violenta. Il Dow Jones ha perso oltre 600 punti, con un calo dell’1,3 per cento, mentre il Nasdaq, più esposto alla tecnologia, è affondato dell’1,7. Peggio è andato in Asia: Tokyo ha ceduto il 2,4 per cento, mentre Seul, particolarmente vulnerabile agli shock energetici per via della sua massiccia dipendenza dalle importazioni, ha subito una vera e propria emorragia, con il Kospi in caduta libera del 4,5 per cento. La volatilità, come spesso accade in queste fasi, è tornata a farla da padrone, con l’indice Vix schizzato ai livelli più alti delle ultime settimane.
L’effetto valanga sui prezzi al consumo e il nodo dell’Europa
Il rincaro dell’energia, inevitabilmente, comincia a riverberarsi sull’economia reale, riaccendendo i timori di una stagnazione accompagnata da inflazione, lo spettro che la Banca Centrale Europea aveva sperato di aver esorcizzato. Il costo del gas naturale, indicatore chiave per il sistema industriale e per il riscaldamento domestico, ha ripreso a correre. Ad Amsterdam, dove si trova il principale hub di scambio continentale, le quotazioni del metano hanno segnato un +7,3 per cento, tornando a superare abbondantemente la soglia dei 50 euro al megawattora. Un dato, questo, che fa tremare i paesi importatori netti come l’Italia.
Sul fronte dei carburanti, la situazione è altrettanto critica. La benzina continua a salire, seppur con incrementi graduali, ma il dato più allarmante riguarda il gasolio. Il diesel, bene essenziale per l’autotrasporto e quindi per l’intera filiera logistica del paese, veleggia stabilmente sopra i 2 euro al litro. Se questa tendenza dovesse persistere, l’effetto leva sui prezzi dei beni di largo consumo – dal cibo sugli scaffali dei supermercati ai materiali da costruzione – è matematico e ineluttabile. Per la Bce, che ha appena rivisto le sue stime, l’inflazione tornerà a salire nei prossimi mesi, complicando i piani di riduzione dei tassi di interesse.
Il sorpasso del Wti sul Brent: un campanello d’allarme per l’Ue
Il sorpasso storico del petrolio texano (Wti) sul Brent nordico non è solo un numero da record: è la spia di uno squilibrio strutturale momentaneo nei flussi commerciali. In un mercato normale, il Brent costa di più perché è più facile da raffinare in benzina e diesel. Il fatto che il Wti lo abbia superato significa che il mercato sta pagando un "rischio geografico" enorme per le merci provenienti dal Medio Oriente. Con lo Stretto di Hormuz di fatto bloccato – una via d’acqua attraverso la quale passa circa un quinto del petrolio mondiale – le scorte che arrivano dall’Atlantico (come il greggio americano, portato via pipeline al Texas) diventano improvvisamente molto più preziose. Per l’Unione Europea, che dipende dalle importazioni via mare dal Golfo Persico, è una mazzata duplice: paga l’energia di più, mentre l’economia americana, teoricamente più autosufficiente, ne risente in misura minore.
Guerra e mercati: la volatilità diventa la regola




