Il sorpasso del petrolio Usa sul Brent e l’incubo inflazione che torna a bussare alla porta dell’Europa

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Redazione Economia Redazione Economia   -   Non è andata come molti analisti e investitori auspicavano. Il discorso notturno dell’altro ieri del presidente americano, Donald Trump – che in teoria avrebbe dovuto attenuare le tensioni rispetto alla guerra in Medio Oriente con l’Iran – ha provveduto al contrario a inasprire ulteriormente i toni. Gettando, è proprio il caso di dirlo, ulteriore benzina sul fuoco. L’effetto più immediato, e forse il più clamoroso dal punto di vista tecnico, lo si è visto sui prezzi del greggio: il West Texas Intermediate (Wti), l’indice texano scambiato a New York, ha letteralmente volatilizzato ogni previsione, salendo a 111,54 dollari al barile con un balzo impressionante dell’11,41% in una sola seduta. È la quotazione più alta dal 2022, quando l’invasione russa dell’Ucraina sconvolse gli equilibri energetici globali. E c’è un dettaglio che, per gli addetti ai lavori, non è affatto secondario: per la prima volta da quindici anni, il greggio americano ha superato il suo storico rivale, il Brent del Mare del Nord, fermo – si fa per dire – a quota 108 dollari (+7,78%). Un sorpasso che ha del clamoroso, se si considera che tradizionalmente il Brent è sempre stato il benchmark più caro, proprio per la sua maggiore esposizione alle tensioni geopolitiche.

La delusione dei mercati e la “benzina sul fuoco” di Trump

Le Borse europee e statunitensi hanno tenuto solo dopo un avvio incerto, ma la verità è che la tanto attesa strategia di uscita dal conflitto è miseramente naufragata sotto i colpi di una retorica ben più aggressiva del previsto. Il presidente, che non si stanca mai di ricordare il suo ruolo, ha promesso all’America che si procederà a colpire l’Iran “in modo estremamente duro nelle prossime due o tre settimane”, aggiungendo una frase destinata a fare il giro del mondo: “Li riporteremo all’età della pietra, dove appartengono”. Per i gestori di fondi e gli speculatori, seduti in attesa di un cenno di tregua o perlomeno di una roadmap chiara per la riapertura dello Stretto di Hormuz – quel passaggio cruciale da cui dipende una fetta gigantesca del petrolio mondiale – è stato un bagno di realtà. Non solo non c’è stata alcuna apertura, ma l’amministrazione ha di fatto scaricato il problema sui partner internazionali, dicendo a chi dipende da quelle acque di “farsi avanti e riprendersele”. Come se non bastasse, l’assenza di un piano per la riapertura dello Stretto sta di fatto congelando una delle arterie più vitali del commercio globale, alimentando una speculazione che non vedeva livelli simili da anni.

Il sorpasso del Wti: un vantaggio per gli Stati Uniti, un boomerang per l’Europa

Il dato tecnico della giornata, però, rimane il sorpasso del Wti sul Brent. Un fenomeno che racconta molto più di un semplice prezzo. Da un lato, c’è l’America di Trump che guarda con relativa serenità a questi rincari: essendo sostanzialmente autosufficiente grazie alla produzione di scisto, il Paese subisce meno il contraccolpo psicologico della scarsità. Anzi, in una strana ironia della storia, il barile texano diventa un’ancora di salvezza per quei Paesi che, come molti in Asia, non riescono più a rifornirsi nel Golfo Persico. Dall’altro lato, c’è l’Europa, che questa musica la conosce fin troppo bene. Il Brent, infatti, è il nostro pane quotidiano; e se il suo prezzo vola, per noi significa bollette alle stelle e una pressione inflazionistica che torna a mordere come un serpente risvegliato dal letargo.

La Bce sotto pressione: l’inflazione torna il nemico numero uno

Ed è proprio qui che il cerchio si stringe. La guerra nel Golfo e i mercati non sono solo numeri su uno schermo; sono la linfa dell’economia reale. La Banca Centrale Europea, che solo poche settimane fa sembrava aver messo in naftalina lo spettro dell’inflazione, è stata bruscamente risvegliata dalla realtà. Gli ultimi report parlano chiaro: l’impennata del costo dell’energia rischia di tradursi in un aumento generalizzato dei prezzi. Tanto che, ormai, le scommesse dei mercati su un nuovo rialzo dei tassi d’interesse da parte della Bce per aprile hanno superato il 60%. Una prospettiva, quest’ultima, che getta un’ombra lunga sulla ripresa del Vecchio Continente: frenare l’inflazione con il caro prezzo di strozzare la crescita, in un momento in cui il conflitto in Ucraina prima, e quello in Medio Oriente ora, hanno già dissestato le catene di approvvigionamento. L’oro, tradizionale bene rifugio, ha subito un brusco tonfo, scendendo sotto i 4.700 dollari l’oncia, schiacciato proprio dal rafforzamento del dollaro e dalle aspettative di tassi più alti, che rendono meno redditizio detenere metalli preziosi che non pagano interessi.

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