Il prezzo del petrolio schizza sopra i 110 dollari, la Bce rivede l’inflazione al rialzo mentre il taglio delle accise diventa un’emergenza nazionale

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Quando il prezzo del greggio – complice la cronaca nera della guerra in Medio Oriente e le parole pronunciate da Donald Trump, tornato alla Casa Bianca e ora nuovamente presidente degli Stati Uniti – è risalito oltre la soglia psicologica dei 100 dollari al barile, per poi varcare quella dei 105 e infine dei 110, la pressione sull’economia reale è tornata a farsi asfissiante. I mercati asiatici hanno assorbito con una volatilità inaudita il discorso alla nazione del leader americano; un discorso che, lungi dal rappresentare una tregua, è sembrato più un’istigazione a proseguire l’operazione militare, con la promessa di colpire duramente l’Iran per altre due o tre settimane. Ecco quindi che il Brent – il benchmark di Londra, quello che seguiamo con maggiore attenzione in Europa – ha iniziato a correre, mentre il Wti, il greggio statunitense scambiato a New York, ha registrato un sorpasso storico sul cugino inglese, un fenomeno che non si vedeva da almeno quindici anni e che restituisce l’idea di quanto sia profonda la frattura nei mercati energetici globali.

In questo scenario di fuoco, dove lo Stretto di Hormuz – quel passaggio cruciale per il trasporto del greggio – è sostanzialmente sotto scacco, l’Europa paga il prezzo più salato della sua dipendenza energetica. A dirlo non sono solo i numeri dei listini, ma gli stessi indicatori delle banche centrali. La Bce, che pure aveva sperato in un rallentamento dei prezzi, ha dovuto rivedere al rialzo le stime sull’inflazione; un fenomeno, quest’ultimo, che rischia di mordere nuovamente i salari e i consumi delle famiglie, già provate dal caro vita degli ultimi anni. Se a questo si aggiunge l’allarme lanciato dalla Banca d’Italia – la quale vede concreti pericoli per la crescita del Pil, soprattutto in un paese manifatturiero come il nostro – il quadro diventa ancora più fosco.

Il record del Wti e la resa dei conti sullo Stretto di Hormuz

Forse l’indicatore più clamoroso di queste ore è il comportamento del West Texas Intermediate. Tradizionalmente, il greggio americano costa meno di quello europeo: è una questione logistica, perché il Brent si trasporta via nave ed è più flessibile, mentre il Wti è un benchmark “di terra” stoccato a Cushing, in Oklahoma. Tuttavia, con la guerra in Medio Oriente e la minaccia di attacchi alle petroliere nel Golfo Persico, il mercato si è ribaltato. Il Wti ha sorpassato il Brent con un margine che non si toccava dal lontano 2009, un segnale inequivocabile che gli investitori considerano il greggio americano come un “porto sicuro” rispetto a quello che deve attraversare le zone di guerra.

Ma c’è un’altra verità, cinica e spietata, che emerge dai fatti di cronaca economica. Trump, nel suo intervento, ha sostanzialmente detto al mondo che gli Stati Uniti non dipendono da Hormuz. “Noi non importiamo petrolio da lì, non ne abbiamo bisogno”, ha affermato, per poi aggiungere che sono gli altri paesi – quelli che ricevono il greggio attraverso quel passaggio – a doversi arrangiare. Una dichiarazione che suona come un abbandono del ruolo di “poliziotto del mondo” e che, di fatto, scarica sul Vecchio Continente e sull’Asia l’onere di proteggere le proprie rotte commerciali. In questo vuoto di potere, il prezzo del gas non è stato da meno: ad Amsterdam, il Ttf ha messo a segno un balzo del 5-7%, tornando a sfiorare quota 50-51 euro al megawattora, un livello che fa tremare le bollette e la competitività delle imprese.

La stangata sui carburanti e il monito della Banca d’Italia

In Italia, la trasmissione di questi shock è immediata e dolorosa. Il diesel, in queste ultime rilevazioni, viaggia stabilmente oltre i 2 euro al litro, e la benzina non è da meno. E’ in questo contesto che il dibattito sul taglio delle accise – quelle imposte che gravano per una fetta importante sul costo finale alla pompa – torna prepotentemente alla ribalta. Con il petrolio sopra i 100 dollari, la misura diventa quanto mai necessaria per evitare una frenata improvvisa dei consumi; una frenata che, in un paese con un debito pubblico enorme, nessuno si può permettere.

Le parole del governatore della Banca d’Italia sono state chiarissime in tal senso: la situazione è “particolarmente delicata”. L’istituto di via Nazionale guarda con preoccupazione all’intreccio perverso tra crisi politica, crisi energetica e possibili tensioni finanziarie. Se lo spread dovesse allargarsi ulteriormente – e con un’economia che cresce meno dello 0,5% secondo alcune stime S&P – il margine di manovra per qualsiasi governo diventerebbe esiguo. Non si tratta solo di andare a fare rifornimento, ma della capacità stessa del sistema paese di resistere a una tempesta perfetta dove l’inflazione torna a corrodere i risparmi e le Borse, da Seul a Milano, affondano in rosso.

Guerra, petroliere e le ricadute sulla crescita

Le ripercussioni degli attacchi alle infrastrutture e alle petroliere in Medio Oriente – un capitolo di cronaca nera che si scrive giorno dopo giorno nel Mar Rosso e nel Golfo Persico – stanno quindi materializzandosi nei numeri macroeconomici. La Bce, nelle sue proiezioni, ha dovuto alzare le stime sull’inflazione per l’area euro, ammettendo che lo scenario “avverso” di un conflitto prolungato sta diventando rapidamente lo scenario centrale. E’ una doccia fredda per i mercati, che solo poche settimane prima avevano iniziato a scommettere su un taglio dei tassi di interesse; ora, con l’energia che torna a scaldarsi, l’istituto di Francoforte si trova bloccato, incapace di tagliare (perché l’inflazione rischia di impennarsi) ma neppure in grado di alzare il costo del denaro (perché l’economia è troppo debole per reggere una stretta).

Per l’Italia, paese manifatturiero per eccellenza, la combinazione di caro-energia e debolezza della domanda estera rappresenta un mix esplosivo. L’aumento del prezzo del petrolio agisce come una tassa occulta: i soldi che le famiglie e le imprese spendono in più per il riscaldamento o per il trasporto merci sono soldi sottratti agli investimenti e ai consumi voluttuari. Ed è proprio per scongiurare questo effetto che, in attesa di una pace che appare lontana, l’intervento sulle accise – unico strumento immediato a disposizione per calmierare i prezzi – viene indicato come una priorità assoluta. Una priorità che, mentre i riflettori sono puntati sui carri armati e sulle dichiarazioni di Trump, riguarda da vicino il portafoglio di ogni cittadino.

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