Borsa, tra rally e conti in chiaroscuro: l’Europa procede a due velocità e a Milano svetta Fincantieri
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Redazione Economia
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L’andamento dei mercati azionari europei, nella seduta del 12 febbraio, ha assunto i connotati di una fotografia composita, dove al netto della volatilità residua — quella stessa che aveva caratterizzato le contrattazioni della vigilia — sono emerse nettamente le traiettorie individuali, quasi che gli indici generali, pur mantenendo un’intonazione positiva, passassero in secondo piano rispetto ai singoli titoli. Francoforte ha registrato un progresso dell’1,34%, sostenuta dall’onda lunga dei conti di Siemens, il cui Titolo ha toccato un +6% nelle contrattazioni iniziali per poi attestarsi su un più moderato +5%: il colosso tedesco, beneficiando di una domanda in forte accelerazione nel comparto delle infrastrutture per data center e delle soluzioni legate all’intelligenza artificiale, ha rivisto al rialzo le proprie previsioni sull’utile per azione, un segnale che il mercato ha interpretato come l’indicazione di un cambiamento strutturale più che congiunturale -2-4. Parigi, dal canto suo, ha messo a segno un rialzo dello 0,76%, spinta da EssilorLuxottica — i cui smart glasses sviluppati con Meta continuano a trainare le vendite — e da Michelin, che ha annunciato un programma di buyback da due miliardi di euro; eppure, nemmeno la vivacità francese è riuscita a trascinare l’intero continente, perché ad Amsterdam il pesante -20% di Adyen, penalizzata da una revisione al ribasso dei target di ricavi, ha affossato l’indice locale.
Piazza Affari, dopo il leggero arretramento della sessione precedente, ha mostrato un carattere resiliente, attestandosi su un +0,24% destinato a consolidarsi nel corso della mattinata fino al +0,5% successivo. A trainare il Ftse Mib è stata in particolare Fincantieri, il cui titolo ha toccato quota 17 euro prima di assestarsi: il Capital Markets Day in corso a Milano ha diffuso numeri che gli operatori hanno evidentemente giudicato convincenti, con la revisione al rialzo del margine ebitda atteso per il 2025 al 7,4% e la conferma di un portafoglio ordini che si aggira attorno ai sessanta miliardi di euro. Ma ciò che ha catalizzato l’attenzione, più dei risultati correnti, è stata la prospettiva — collocata temporalmente nel 2028 — di un ritorno al dividendo, un’eventualità che segnerebbe l’interruzione di un digiuno decennale per gli azionisti e che è valsa al titolo un rally superiore al 5%. Altrove, sul listino milanese, Brunello Cucinelli ha proseguito la sua corsa, le banche si sono mantenute su livelli solidi con Mediobanca in evidenza, mentre le utility hanno subito una flessione diffusa: indiscrezioni relative a un possibile intervento governativo sui prezzi dell’energia, il cosiddetto “decreto bollette”, hanno pesato su A2a ed Enel, scese rispettivamente del 4,8% e del 4,17%.
Londra e il colpo di scena Nuveen-Schroders, un’isola felice nel Vecchio Continente
Se si osserva la capitale britannica, l’andamento piatto dell’indice londinese — un -0,02% che sfiora la parità — racconta solo una parte della storia. Perché sotto la superficie piatta dell’indice generale, l’acquisizione di Schroders da parte della statunitense Nuveen per un corrispettivo in contanti di quasi dieci miliardi di sterline ha generato un’impennata del 28% del titolo del gestore britannico, un movimento tellurico che ha rianimato l’intero comparto del risparmio gestito, messo a dura prova nella seduta precedente dai timori legati alla concorrenza dell’intelligenza artificiale. L’operazione — che darà vita a un colosso con masse in amministrazione prossime ai duemilacinquecento miliardi di dollari — non rappresenta soltanto un fatto finanziario di portata straordinaria, ma anche il passaggio di consegne simbolico di un’istituzione britannica fondata nel 1804, da sempre vicina agli ambienti di Buckingham Palace, nella sfera d’influenza finanziaria statunitense. E Londra, in questo, ha funzionato da argine al “fuggi fuggi” che aveva caratterizzato il risparmio gestito.
Iveco e il peso del mercato europeo: conti in calo e uno “sfidante” 2025
Nello stesso scenario in cui Fincantieri ha accelerato e Siemens ha alzato le proprie stime, Iveco Group ha invece scontato interamente la complessità di un esercizio che il ceo Olof Persson ha definito, senza giri di parole, “sfidante”. I numeri del 2025, diffusi contestualmente alla seduta borsistica, hanno evidenziato un utile netto in flessione del 52,3% (233 milioni di euro, escludendo le attività Defence) e ricavi in calo del 6,8%, penalizzati da un mercato europeo dei veicoli commerciali leggeri e degli autocarri pesanti in contrazione. Il gruppo, che pure procede con le operazioni straordinarie già annunciate — la vendita della divisione Defence a Leonardo e l’opa di Tata Motors — si è trovato a dover gestire non solo il calo della domanda, ma anche ritardi nella rampa produttiva dello stabilimento di Annonay, in Francia, con conseguenti impatti sul free cash flow, risultato negativo per 109 milioni. Una dinamica che contrasta nettamente con l’euforia che ha circondato altri comparti, a riprova di come la seduta del 12 febbraio sia stata, più che un movimento omogeneo, un mosaico di storie aziendali divergenti.
Wall Street e i sussidi: una prudenza che condiziona le attese sui tassi
L’avvio di Wall Street è stato incerto, e tale incertezza ha inevitabilmente esercitato un effetto di contenimento sugli entusiasmi europei. I dati settimanali sulle richieste di sussidio di disoccupazione — scese a 227 mila unità contro le 222 mila attese — se da un lato testimoniano una tenuta del mercato del lavoro statunitense, dall’altro hanno indotto gli operatori a ridimensionare le aspettative di un imminente allentamento monetario. È una dinamica che gli addetti ai lavori conoscono bene: numeri migliori del previsto, in questo contesto, vengono letti come un freno alla possibilità che la Federal Reserve proceda rapidamente con un taglio dei tassi. Il dollaro, dopo la turbolenza dei giorni scorsi, ha mostrato segnali di stabilizzazione, mentre l’oro ha subito realizzi pur mantenendosi abbondantemente sopra la soglia psicologica dei cinquemila dollari l’oncia. L’Europa, in questo quadro, ha scelto la via del pragmatismo: nessuna fuga in avanti, ma nemmeno il nervosismo della vigilia. Soltanto la paziente analisi di bilanci, ordini e prospettive industriali.




