L’asse curdo e il Golfo blindato: la strategia di Trump tra assicurazioni marittime e pressione via terra
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Redazione Economia
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Il tabellone del Medio Oriente, dopo l’uccisione della guida suprema Ali Khamenei e l’inizio dell’operazione Epic Fury, si sta riorganizzando attorno a due direttrici principali volute dall’amministrazione Trump: da un lato la messa in sicurezza — o meglio, la “statalizzazione” — delle rotte commerciali nel Golfo, e dall’altro la costruzione di un asse terrestre con le forze curde per minare la stabilità del regime khomeinista dall’interno. Sono manovre distinte, eppure destinate a convergere nel tentativo di strangolare la capacità di reazione di Teheran. Il presidente americano, come rivelano fonti curde e confermano report giornalistici internazionali, avrebbe personalmente contattato i leader del Partito Democratico del Kurdistan Iraniano, spingendo perché i peshmerga preparino un’offensiva via terra nell’Iran occidentale. Si punta, secondo quanto ricostruito, a decentralizzare il potere e ad aprire un fronte interno che costringa le Guardie della Rivoluzione a dividere le proprie risorse, già messe a dura prova dalla campagna aerea.
La DFC come scudo commerciale: lo Stretto di Hormuz non si ferma
Parallelamente al coinvolgimento curdo, e con un tempismo che non lascia spazio al caso, Donald Trump ha azionato una leva economica e assicurativa per evitare il collasso degli scambi marittimi. L’ordine esecutivo impartito alla US International Development Finance ration (DFC) rappresenta un intervento senza precedenti nel settore privato della navigazione. La DFC, una banca di sviluppo nazionale con un portafoglio che supera i 500 miliardi di dollari in oltre cento Paesi, ha il compito di mobilitare i propri strumenti assicurativi contro i rischi politici per tutte le compagnie di navigazione che operano in Medio Oriente. In particolare, l’attenzione si concentra sui flussi energetici che attraversano lo Stretto di Hormuz, un passaggio obbligato per un quinto del consumo globale di petrolio e per circa il 20% del commercio mondiale di GNL. Il meccanismo studiato dalla Casa Bianca prevede la sostituzione del mercato assicurativo privato — che in larga parte ha già ritirato le proprie coperture per le acque dichiarate zona di guerra — con garanzie finanziarie pubbliche americane. Non si tratta, quindi, di una semplice polizza, ma di una vera e propria “patente” governativa per navigare sotto l’ombrello della protezione statunitense, un lasciapassare che implica l’accettazione della leadership strategica di Washington nello scacchiere.
Mentre la DFC si prepara a offrire queste coperture a prezzi definiti “ragionevoli” dallo stesso Trump, il Pentagono non esclude un intervento diretto della Marina militare a supporto delle petroliere. Il segretario alla Guerra, Pete Hegseth, ha del resto dichiarato senza mezzi termini che l’Iran è “finito”, prevedendo che entro una settimana gli Stati Uniti e Israele avranno il controllo completo dei cieli iraniani. Una supremazia aerea che, nelle intenzioni del comando militare, dovrebbe garantire la libertà di navigazione proprio mentre i curdi preparano il terreno per un’operazione di terra. Il portavoce del Pentagono, durante un briefing, ha parlato di una riduzione dell’86% dei lanci di missili balistici da parte iraniana rispetto ai primi giorni del conflitto, un dato che confermerebbe l’efficacia delle operazioni di “neutralizzazione” delle postazioni nemiche condotte finora.
L’allarme del Fmi e il nodo della Turchia
La portata globale della crisi è stata certificata dalle parole della direttrice del Fondo Monetario Internazionale, Kristalina Georgieva, intervenuta a Bangkok. Il conflitto, se dovesse protrarsi, ha il potenziale per incidere profondamente sui prezzi dell’energia, sulla fiducia dei mercati e sulle prospettive di crescita, in un mondo già abituato a crisi frequenti e inaspettate. Il blocco di fatto dello Stretto di Hormuz, con il traffico petrolifero quasi azzerato, sta già producendo rincari a catena: in Europa il prezzo del gas naturale è schizzato, mentre le scorte per l’inizio del 2026 si attestano su livelli preoccupanti. L’Italia e gli altri Paesi europei, fortemente dipendenti dal GNL qatariota, si trovano esposti a una tempesta perfetta, con il costo dell’energia che torna a premere sulle bollette di famiglie e imprese, come denunciato dalle parti sociali. In questo quadro, la mossa di Trump di offrire assicurazioni pubbliche mira a scongiurare il collasso completo degli approvvigionamenti, ma presenta implicazioni complesse: di fatto, si crea un sistema a due velocità in cui solo chi accetta le condizioni geopolitiche di Washington può continuare a commerciare.
Sul fronte curdo, però, l’equazione è resa più ardua dalla variabile turca. Il presidente Recep Tayyip Erdoğan, storicamente ostile a qualsiasi forma di autonomia curda che possa rafforzare le milizie del PKK, guarda con sospetto all’asse che si sta delineando tra la Casa Bianca e i peshmerga. Secondo fonti vicine ai servizi, Ankara teme che un’eventuale zona franca curda nell’ovest dell’Iran, sostenuta da Israele e dagli Stati Uniti, possa trasformarsi in una retrovia logistica per il separatismo curdo in Turchia. Ecco perché, mentre Trump spinge per un’alleanza via terra, il rischio di una reazione militare turca, magari con incursioni oltre confine, rimane concreto e potrebbe complicare ulteriormente un quadro già incandescente. La partita, insomma, si gioca tanto nei cieli iraniani e nello Stretto di Hormuz quanto nei complessi equilibri etnici e politici della regione.




