Il nodo di Hormuz e la strategia di Trump: l’Iran chiude il passaggio, l’America bombarda

Il nodo di Hormuz e la strategia di Trump: l’Iran chiude il passaggio, l’America bombarda
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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La tensione tra Stati Uniti e Iran ha raggiunto un nuovo punto di non ritorno, con lo Stretto di Hormuz trasformato in un poligono di tiro diplomatico oltre che militare. La decisione di Teheran, annunciata oggi dall’agenzia di stampa Fars e attribuita a una fonte militare, è categorica: nessuna nave otterrà il permesso di transito fino a quando gli Stati Uniti non cesseranno le cosiddette azioni ostili contro la Repubblica Islamica.

Una mossa che, di fatto, chiude uno dei varchi più strategici del pianeta, quello attraverso cui transita quasi un terzo del petrolio marittimo mondiale, e che arriva a poche settimane di distanza da una dichiarazione apparentemente più morbida della stessa Autorità iraniana per lo Stretto del Golfo Persico, la Pgsa, che il 12 luglio aveva ipotizzato un possibile dialogo sulle richieste di transito a condizione che la situazione regionale si fosse stabilizzata. Invece, la stabilità è l’ultima parola che viene in mente osservando le ultime mosse di Washington.

La seconda ondata di attacchi e il memorandum dimenticato

La Casa Bianca, dal canto suo, non ha mostrato alcuna intenzione di arretrare, anzi: i bombardamenti sul territorio iraniano non si fermano e, secondo quanto ricostruito da fonti giornalistiche, questa nuova offensiva segue di pochi mesi la conclusione di un primo ciclo di conflitto che il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, aveva già gestito con esiti quantomeno discutibili.

Si dice, negli ambienti della diplomazia internazionale, che Trump abbia perso la prima guerra che nessuno gli aveva chiesto di cominciare, salvo poi tentare di chiuderla con un memorandum il cui ricordo, oggi, si lega più all’ambiguità di ogni sua riga che a una reale soluzione politica.

Ed è proprio questa ambiguità a pesare nel momento in cui la seconda ondata di attacchi viene interpretata non come un tentativo di rimediare all’insuccesso strategico precedente, ma come un messaggio dai contorni precisi e preoccupanti: agli iraniani viene detto che le ostilità dureranno qualche settimana, un arco temporale che lascia intendere una campagna limitata ma intensa, senza però offrire alcuna garanzia su un vero e proprio cessate il fuoco.

Teheran sposta le centrifughe e i ribelli Houthi chiudono il Mar Rosso

La risposta di Teheran a questa pressione militare non si è fatta attendere e ha assunto almeno due forme complementari. Da un lato, il regime degli ayatollah ha avviato lo spostamento di migliaia di centrifughe nucleari in strutture sotterranee protette dalle catene montuose, una mossa difensiva che rende più difficile un eventuale attacco mirato al programma di arricchimento dell’uranio e che al contempo segnala una volontà di non cedere sul dossier nucleare nonostante i raid.

Dall’altro, l’Iran può contare sull’effetto moltiplicatore delle milizie alleate, in particolare i ribelli Houthi dello Yemen, che già da mesi hanno imposto un blocco di fatto nel Mar Rosso, colpendo navi mercantili e petroliere in un’area che rappresenta la via alternativa per il trasporto dell’oro nero quando Hormuz viene percepito come troppo rischioso.

La combinazione tra il blocco annunciato oggi ufficialmente per lo Stretto di Hormuz e la pressione continua degli Houthi sul piccolo passaggio nel Mar Rosso restringe drasticamente le rotte energetiche globali, con conseguenze immediate sui prezzi del petrolio e sulla percezione di sicurezza dei mercati internazionali.

L’interesse nazionale americano e l’assenza di un paradigma utilitarista

A osservare la scena da una prospettiva più ampia, ciò che colpisce è lo scarto tra la tradizionale dottrina della Casa Bianca e le scelte attuali. Superati gli scrupoli morali, la politica estera americana dovrebbe rispondere a un solo criterio, quello dell’interesse nazionale inteso come massimo beneficio per il maggior numero di cittadini, ma questo paradigma utilitarista sembra essere scomparso dai radar di chi oggi decide le sorti del conflitto.

La chiusura di Hormuz, se prolungata, potrebbe innescare una crisi petrolifera che danneggerebbe anzitutto l’economia occidentale e quella dei Paesi importatori, senza contare il rischio di un’escalation militare che coinvolgerebbe le marine militari di numerose nazioni.

In questo quadro, le parole del presidente americano sulla durata limitata degli attacchi appaiono come un tentativo di rassicurare i mercati e gli alleati, ma la realtà sul campo, con le centrifughe nascoste tra le montagne e le navi ferme in attesa di un via libera che non arriva, racconta una storia molto più complessa e dagli esiti tutt’altro che scontati.

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