Sony chiude Dark Outlaw Games, secondo studio targato Blundell che fallisce in due anni
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Redazione Scienza e Tecnologia
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Sony Interactive Entertainment, nel corso di una riorganizzazione strategica che sta interessando i suoi studi first-party, ha deciso di chiudere i battenti di Dark Outlaw Games. A darne notizia è stato il giornalista di Bloomberg Jason Schreier, fonte storica per quanto riguarda le dinamiche interne all’industria videoludica, il quale ha riportato come il team – fondato appena un anno fa sotto la guida di Jason Blundell – sia stato smantellato prima ancora di riuscire a svelare ufficialmente il progetto a cui stava lavorando. Si tratta di una mossa che segue la linea tracciata con la recente chiusura di Bluepoint Games e che getta luce sulle difficoltà strutturali che il colosso giapponese sta affrontando nell’adeguare la propria macchina produttiva alle sfide di mercato.
La fine di un incubatore: sviluppo interrotto e nessuna pubblicazione
Dark Outlaw Games era stato concepito come uno studio di incubazione, una realtà composta da meno di cinquanta persone che aveva il compito di lavorare a un Titolo live service ancora da annunciare. La particolarità della vicenda, che ha suscitato l’attenzione degli addetti ai lavori già nelle scorse ore sui forum come Resetera, risiede proprio nella rapidità con cui Sony ha deciso di interrompere il percorso: il team era operativo dal marzo del 2025 e, nonostante fosse ancora nelle fasi embrionali dello sviluppo, sembrava destinato a crescere con nuove assunzioni. La conferma ufficiale, arrivata tramite un portavoce di Sony a testate come PC Gamer, parla di una riorganizzazione mirata della forza lavoro, ma nel concreto questo ennesimo dietrofront rappresenta un duro colpo per le strategie di espansione nel settore dei servizi.
Jason Blundell, la sfida del doppio fallimento
A rendere la notizia particolarmente emblematica è la figura di Jason Blundell, il veterano del settore che era stato messo alla guida del progetto. Blundell, considerato una delle menti creative più influenti dietro le modalità Zombies di Call of Duty: Black Ops 2, Black Ops 3 e Black Ops 4, si ritrova così a gestire il secondo fallimento consecutivo in meno di due anni. Prima di approdare in Sony con questo nuovo incarico, lo sviluppatore era stato a capo di Deviation Games, uno studio fondato nel 2021 con l’obiettivo di creare una nuova proprietà intellettuale sempre finanziata da PlayStation. Anche in quel caso, nonostante l’entusiasmo iniziale e un accordo di partnership, il team non riuscì mai a pubblicare alcun prodotto, chiudendo definitivamente i battenti nel 2024. La scelta di Sony di affidarsi nuovamente a Blundell, se da un lato dimostrava la stima nei confronti del suo talento, dall’altro si è rivelata un’operazione dal destino segnato, replicando le stesse dinamiche già viste con la precedente realtà.
Licenziamenti trasversali e la nuova rotta di PlayStation
La chiusura di Dark Outlaw Games non rappresenta un episodio isolato all’interno della galassia PlayStation, ma si inserisce in un contesto di tagli che interessano anche altre divisioni. Oltre allo smantellamento del team guidato da Blundell, sono stati licenziati circa cinquanta dipendenti in altri settori, con particolare attenzione alle aree dedicate allo sviluppo per dispositivi mobili. Questa decisione, comunicata internamente mentre il mercato attendeva novità sui progetti first-party, sembra suggerire una riduzione delle ambizioni di Sony nel campo del gaming su smartphone, una strategia che evidentemente non ha convinto la dirigenza giapponese in termini di ritorni sul lungo periodo. Si tratta di una stretta che, unita alla chiusura di altri studi storici negli ultimi mesi, delinea un profilo aziendale sempre più cauto e focalizzato su investimenti mirati piuttosto che sull’espansione indiscriminata.
Il silenzio strategico dopo le parole di Hermen Hulst
Se Sony non ha rilasciato dichiarazioni specifiche sulla chiusura di Dark Outlaw Games, le motivazioni di fondo vanno cercate nelle parole pronunciate poche settimane fa da Hermen Hulst, il CEO di PlayStation Studios. In occasione della chiusura di Bluepoint Games, Hulst aveva parlato apertamente di un “ambiente industriale impegnativo”, citando l’aumento dei costi di sviluppo, il rallentamento della crescita del settore e il cambiamento delle abitudini dei giocatori come fattori che rendono insostenibile il modello produttivo tradizionale. È in questa logica di adattamento costante – dove ogni progetto viene vagliato con un rigore forse mai visto prima in casa Sony – che va letta la fine anticipata dello studio di incubazione: un’operazione costata tempo e risorse, ma sacrificata sull’altare di una redditività che non sembrava più garantita.




